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Intervista al regista e direttore della fotografia Daniele Ciprì

Bobbio Film Festival riprese del 06-08 Bobbio Film Festival Ciprì

Daniele Ciprì è un regista, sceneggiatore e direttore della fotografia italiano. Si afferma a livello nazionale, tra gli anni Ottanta e Novanta,  firmando con Franco Maresco lavori dissacranti come “Incertamente!

Cinico TV 1991-1996″(1997), destinato alla televisione e trasmesso su Rai 3. Il primo lungometraggio è “Lo zio di Brooklyn”(1995), tra gli altri “Totò che visse due volte”(1998), che venne bandito dalla TV italiana perché accusato di blasfemia, “Il ritorno di Cagliostro”(2003) presentato in concorso al 60° Festival di Venezia nella sezione Controcorrente. Come direttore della fotografia inizia il suo profilifico percorso nel ’97 con il film  “Tano da morire” di Roberta Torre, e il capolavoro “Vincere”(2009), di Marco Bellocchio, che gli vale un Nastro d’argento e un David di Donatello. Con Bellocchio nasce una sinergia e firma la fotografia di Bella addormentata (2012), Sangue del mio sangue (2015) e  Fai bei sogni (2016). Nel frattempo torna alla regia nel 2012 con “È stato il figlio”, che vince il Premio al miglior contributo tecnico per la fotografia alla 69° Mostra Internazionale d’Arte  di Venezia. Nel 2014 esce  La buca con Rocco Papaleo, Sergio Castellitto e Valeria Bruni Tedeschi.

Come stai vivendo questo periodo di quarantena forzata? Questa situazione è un dolore, come per tutti. Nel lavoro sono abituato a muovermi tanto, stavo preparando dei film con dei colleghi come direttore della fotografia; sono molto intraprendente nel mio lavoro e, essendo un creativo e lavorando nel cinema , ho sempre un flusso di energie. Il momento di blocco è per me terrificante. Cercando di prenderla in maniera positiva però, posso dire che anche se odio questa situazione mi sta servendo a fare un po’ di ordine tra le idee. Sto usando questo periodo anche per continuare a scrivere il mio terzo film da regista, dopo due o tre anni che non dirigo un film.

Hai accennato al tuo nuovo film da regista, ci puoi anticipare qualcosa? Avevo iniziato a lavorare a un soggetto ispirato a un piccolo romanzo molto interessante, la storia di due adolescenti, ma arrivato ad un certo punto mi sono bloccato perché mi sembrava troppo pensato e ho deciso di rimandarlo e iniziare a scrivere qualcosa di più vero, più realistico. Faccio spesso riflessioni sulla vita, sull’umanità e questo film che sto preparando, si può dire che sarà nuovo, dal mio punto di vista, per come lo racconterò.

Parla di una relazione padre-figlio, un film divertente che però vuole raccontare con ironia una condizione sociale e il ruolo famigliare del padre… Un po’ come in E’ stato il figlio che si basava su una storia vera tratta dal romanzo di Roberto Alaimo mentre questo, invece, è tutto di fantasia. Sto cercando di costruire attraverso delle formule che mi appartengono, e che fanno parte del mio passato, questo rapporto famigliare ambientato in una città immaginaria, in un non luogo, riflettendo sui rapporti umani, in particolare all’interno della famiglia.

Anche in un momento come questo, in cui si modificano le priorità ed esigenze, quanto credi siano importanti il cinema e l’arte? Sono importantissimi: senza la cultura saremmo in una povertà assoluta; la cultura è un accompagnamento alla vita, all’umanità intera. Il nostro settore sta aiutando tanta gente, perché i film funzionano da intrattenimento, il cinema in questo momento ha un ruolo importante. La televisione, a parte per l’informazione che è fondamentale, con i suoi programmi inutili, con tutta quella gente che parla senza mai dire niente, talk show vuoti, senza contenuti, è terrificante. Se non avessimo il cinema saremo persi. Il cinema intrattiene, dà evasione ma soprattutto serve come riflessione. È fondamentale anche per noi autori che possiamo vedere e rivedere vecchie opere restaurate e lavori importanti. Io sto guardando e riguardando tantissimi film in questo periodo. Il cinema è fondamentale e lo sarà per sempre.

Il 2019 è stato un anno dove hai lavorato a diversi progetti importanti come Il primo re di Matteo Rovere, La paranza dei bambini di Claudio Giovannesi e Il primo Natale di Ficarra e Picone. Sì, ne sono felice perché ho la fortuna di potermi confrontare con giovani registi e con grandi maestri. Mi dedico anche volentieri al cinema breve, ai cortometraggi, e mi piace lavorare con registi emergenti; è proprio per questo che  ho voluto rimandare la mia nuova opera da regista per un po’ di anni. Ho bisogno di tempo per fare un film, me lo devo sentire. Certo me lo posso permettere perché faccio anche il direttore della fotografia e proprio questo ruolo mi serve a considerare il cinema uno stato psicologico. Ci pensi tanto, cerchi di trovare formule, fai altri film con altri registi, è come per i grandi musicisti come Bach o Mozart che andavano ad ascoltare altri concerti e gli venivano nuove note. Senza paragonarmi a questi giganti, sicuramente anche io, nel mio ruolo, lavoro sempre con l’immaginario.

Realizzare in immagini il racconto che ha in mente un altro autore, mi fa crescere. Da Bellocchio, che per me è il grande Maestro in assoluto, ho imparato molto. È stato il primo che mi ha portato a dichiararmi come direttore della fotografia con il film Vincere, perché prima facevo solo film con Maresco e con Roberta Torre. Fare il direttore della fotografia mi è servito, ho imparato tanto lavorando su me stesso e da chi mi stava accanto, è stata una scuola di formazione personale. Collaboro volentieri con registi che mi danno input per continuare a sperimentare, a capire come potrebbe essere un luogo immaginato da un’altra mente.

C’è stato un seminario molto bello che ho intitolato la Luce per gli altri nel quale mi sono dedicato molto a questo concetto quasi filosofico, come realizzare un immaginario di qualcun altro. E’ una cosa che mi appartiene, lavorare con gli altri mi fa crescere ed è per me fondamentale proprio per questo.

Tu sei sia regista che direttore della fotografia: quanto è difficile per un direttore della fotografia saper scrivere per immagini, filmando l’immaginario di un altro regista? Devi saper cambiare modo di guardare e fonderlo a quello del regista, non è difficile se tu senti il film quanto lo sente l’autore; io , per esempio, rifiuto sempre quando mi chiamano perché vogliono qualcuno che gli faccia il film. Come direttore della fotografia continuamente lavoro per realizzare immagini di un immaginario altrui.

Quando mi trovo a collaborare con un regista giovane che è alla sua opera prima mi riservo di dare dei consigli, perché voglio che lui cresca; in altri casi quando collaboro con registi con più esperienza alla base ci deve essere la fiducia, perché il film si vive insieme. Quando sono in questo ruolo mi sento un servitore e mi piace trovare le formule insieme al regista, vivere il film con lui. Non sono il direttore della fotografia che mette la manina e poi se ne va, è un’esperienza che vivo con il regista.

Daniele Ciprì insieme a Rocco Papaleo durante la lavorazione del film “La Buca”, regia di Daniele Ciprì
Roma-Svizzera 2013-2014

Parli spesso dell’importanza del concetto di immaginario nel cinema, descrivendolo come fondamentale se si vuole creare qualcosa che abbia significato. Cosa intendi per sapere creare un immaginario?  Mi riferisco al cinema d’autore, l’autore che ha l’esigenza di esorcizzare i propri problemi, come per esempio Hitchcock.

Hitchcock è un regista che ha esorcizzato le sue fobie attraverso questa settima arte creando dei capolavori. Io ho riferimenti di registi come Dryer, Fritz Lang e penso al cinema come esigenza, che è ciò che ti porta a sentirla una storia. Pasolini, Fellini, Tarkovskij, Bergman,Truffaut hanno fatto un cinema che ha un’anima. Senti qualcuno che sta raccontando e che ti sta facendo riflettere. Non mi interessa se un film è fatto bene o male, ciò che conta è che abbia un’anima, che faccia riflettere sulla storia che ti sta raccontando. Il cinema per me è conoscere la tecnica, ma poi metterla da parte, perché il cinema non è la macchina da presa, la macchina da presa è la penna e tu devi fare i conti con tantissimi aspetti, è un lavoro difficile fare il regista.

Mi piace molto avere a che fare con gli studenti e con i registi emergenti e nei corsi, per dare dei consigli a chi si cimenta a raccontare delle storie, insisto nel chiedere come ti poni con il fare cinema. E’ fondamentale sperimentare. Ricordo che con Maresco sperimentavano alla ricerca di una formula e dopo tanto lavoro siamo riusciti a portare la nostra idea di una televisione post apocalittica a livello nazionale.

Pensi che la tecnologia aiuti o abbia uniformato la creatività e il gusto del pubblico? Cose pensi delle Serie TV?  Se fai una panoramica su Netflix vedi sempre le stesse cose, cambiano i temi e basta. Sembrano tutti fatti dalla stessa persona, non c’è differenza. Le Serie TV sono tutte uguali, seguono quasi una regola matematica, calcoli, che appiattiscono le produzioni. Penso che sia giusto che ci siano questi tipi di prodotti, ma di certo non è cinema, il cinema è un’altra cosa. Spero che il pubblico guardi anche altro. Se guardi un film di Kubrick o di Antonioni, anche se lo hai già visto resti comunque attaccato allo schermo, perché c’è una riflessione sull’umanità, senti sempre un autore che esprime un’esigenza. 

Le serie TV Sono prodotti controllati e calcolati, sono intrattenimento e basta, non ti lasciano nulla, come andare al supermercato, ma il cinema inteso come arte è un’altra cosa. Spero che lo spettatore si accorga come mi accorgo io di questo. Quello che non mi piace è il calcolo matematico, lo studio calcolato di come e quando emozionare il pubblico per tenerlo attaccato per 500 puntate. Credo che come il pubblico si è stancato delle soap opera si stancherà prima o poi anche delle serie TV.

A me piace citare un regista come Lynch che è stato il primo a fare una serie di grande livello, non aveva il concetto di fare qualcosa che intrattenesse, ti prendeva psicologicamente e ti faceva sentire, attraverso il suono, le immagini e i personaggi, la storia; tutto questo oggi non lo vedo più. Vedo scimmiottare qualcosa di simile. Lynch è un regista che viene da una formazione più alta di cinema e ha affermato un suo modo di fare il cinema anche in questa serie TV.

Tu hai lavorato anche a molti cortometraggi e sei direttore artistico del Festival Corto Dorico. Quanto è importante e difficile raccontare una storia in 15 o 20 minuti?  Sono un sostenitore del cinema breve e appassionato dei cortometraggi perché è nella brevità che devi emozionare. Se non riesci nella brevità ti puoi scordare di fare cinema ed è nella disperazione di risolvere in pochi minuti la drammaturgia che si vede la capacità del regista non nell’allungare, ad allungare siamo capaci tutti.

Hai iniziato con tuo padre facendo l’artigiano: prendevi i rullini, li sviluppavi, facevi i matrimoni…  È un periodo di vita che ricordo sempre con affetto perché è rimasto nel mio cuore; mio padre riparava le macchine fotografiche ma mi ha fatto scoprire cos’era il cinema portandomi a vedere i film…

Con lui ho visto tutto: dai  Godzilla, a tutti i film western, tutti i film epici. Ricordo che quando abbiamo visto Solaris siamo usciti dal cinema non avendo capito nulla. Avevo visto delle immagini incredibili, un film definito come fantacoscienza, tutta una serie di cose che mi hanno portato ad amare il cinema. Non ci avevo capito niente, poi quando da grande l’ho rivisto ho cominciato a fare domande per capire. Devo dire grazie a mio padre perché in qualche modo mi ha dato l’asta anche se poi me la sono cercata e ci ho messo del mio. Parallelamente facevo i matrimoni, giravo con la pellicola delle mie cose, non pensavo di fare il regista, amavo guardare in quel mirino, ascoltare le immagini con la musica e fantasticavo ancora come spettatore. Poi ho cominciato a sperimentare, facevo montaggi paralleli, ho lavorato in una cooperativa di documentari che era di Tornatore, facevo l’artigiano e continuo a farlo perché quella è la mia definizione di cinema; parallelamente cercavo una formula per raccontare cose mie e uscire.

Così quando ho conosciuto Maresco abbiamo unito le forze:  lui veniva dalla radio e io mi divertivo a fare le inquadrature mettendoci tutto il mio amore per il cinema.  Quando vado nelle scuole chiedo sempre, avete voglia di raccontare delle storie o volete solo dire che siete registi? In relazione a questo mi viene in mente una considerazione di Roman  Polanski che dice io non ho mai fatto un’ immagine originale nei miei film. È vero  perché l’immaginario viene da cose che hai già visto.  Se hai visto Dreyer o Tarkovsky quando prendi una macchina da presa è naturale che sei influenzato da tutti questi grandissimi autori che ti hanno dato un immaginario. Se la tua formazione te la sei fatta su internet, come fanno molti di questa nuova generazione, la tua formazione è fatta di frammenti e cosa puoi riportare? Diventi un blob dei blob.

Io e Maresco ci dobbiamo ringraziare a vicenda perché insieme abbiamo formulato noi stessi attraverso la conoscenza di altri e la maturità di altri autori. Credo che bisognerebbe essere modesti e dire che siamo servitori del pubblico. Quando mi chiedono se prendo in considerazione il pubblico quando giro rispondo che certamente lo tengo in considerazione ma che non lo penso quando lavoro perché perché altrimenti sarebbe finita, non sarei più niente… Tant’è che nella mia opera prima con Maresco c’era un personaggio che sputava allo spettatore, Pietro Giordano. Il pubblico deve avere il dito puntato, lo devi scuotere dalla poltrona, non lasciarlo lì a ridere o piangere inutilmente, senza una riflessione, così è inutile… Devi dargli emozioni, provocarlo sempre.

Elios
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