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Io, due figlie, tre valigie di E. Molinaro. In un vortice di affetti ed effetti personali

Parigi, all’alba. Cristiano Martin piomba in casa del suo capo a chiedere un aumento. Incosciente! A quell’ora Bertrand Barnier, Louis De Funès, azzanna tutto ciò che si muove. Ma al contabile, invaghito d’una ricca fanciulla, serve quel denaro. Così, insiste finché l’altro cede sfinito, e con l’ultima stoccata reclama la mano di sua figlia. Barnier, buggerato, latra come un cerbero; urge un calmante. Martin ha però validi argomenti. A nozze convolate, ridarà al futuro babbo sessantaquattro milioni di franchi sottrattigli in azienda. Per un refuso, difatti, quella somma finita nel non fatturato, ed ora convertita in diamanti, è invisibile al fisco. Altro sedativo. Barnier allontana il giovanotto e chiama a consiglio la figliola. Colette confessa e – temendo un suo diniego – esagera: da tempo i due ardono d’amore, e lei è incinta. Intanto, il campanello annuncia visite.

Una certa Jacqueline si toglie un peso dal cuore: di origini modeste, s’è spacciata per la figlia del ricco magnate agli occhi del moroso Cristiano Martin. Proprio lui. Alle strette, Colette vuota il sacco; chi l’ha sedotta è Oscar, l’ex autista del padre. Bar-nier, quasi all’infarto, firma con l’ignaro Martin un accordo; girerà in dote alla ragazza la valigia coi gioielli. E quando Jacqueline si svela a Cristiano, per questi è ormai tardi. Ma le gemme saranno sue se porterà all’altare la vera mademoiselle Barnier. Sbigottito da tanto cinismo, l’uomo persuade Colette a sposare Filippo, allenatore di casa dal fascino bovino. Per lei è uguale, purché sia libera di andare. Così, papà Barnier promette al bovino la fatidica valigia, che contiene però solo effetti personali. Bernadette la domestica, maritata ad un barone, raccogliendo le sue cose si accorge di avere con sé il baule sbagliato.

E, mentre Barnier è al telefono con l’aristocratico, lei stessa provvede allo scambio. Intanto, Cristiano, per falsa procura sottrae a Barnier altri sessanta milioni e propone un affare: i soldi per i gioielli. E quegli accetta, certo di rifilare allo sciagurato la valigia della serva. Poi, mentre si ritira in camera, un messo dell’ignaro barone giunge a recriminare il “giusto” baratto. E quando Barnier torna alla carica dal bovino, in valigia ci sono ancora mutande e reggipetto. Il poveraccio è al deli-rio, ma per poco. Cristiano, difatti, gli rende i gioielli. Non servono più; Jacqueline è fuggita. Ma il matto, avvinghiato alla valigia, rinsavisce. La ragazza non si è dileguata, ma aspetta di abbracciarlo al piano nobile. Giunge, frattanto, la nuova governante. Carlotta era stata a servizio a quel civico anni prima, quando lei e il signorino Barnier erano giovani e belli. E adesso la sua Jacqueline andrà a un buon partito; Cristiano Martin. Vien fuori che Jacqueline è figlia di Barnier, che allora folleggiava con Carlotta. L’uomo è in preda al coccolone, ma pure stavolta non dura. Si chiariscono gli equivoci.

Oscar torna a prendersi Colette, e Cristiano porta a casa Jacqueline. Ma mentre tutti piangono di gioia, la stizzita Bernadette – che non trova la valigia col suo intimo – arraffa, per sbaglio, quella coi preziosi. Sempre è nello humour un che di idiomatico. In appena un decennio Édouard Molinaro firma – in terre di Francia e d’Italia – due cult di segno opposto: Io, due figlie, tre valigie (del ’67) e Il vizietto (nel ’78). Tanto nell’uno la coppia Tognazzi-Serrault gioca irriverente con l’ambiguo, quanto De Funès si mostra pudico nell’altro. L’attore, osannato dal suo pubblico, è spesso da noi solo un comprimario e in pochi titoli; come ne I tartassati (’59), con Totò e Fabrizi. Sul piano storico-culturale lo spettatore d’oltralpe è più in sintonia con la comicità corporea di De Funès, il cui incedere a scatti, la gestualità iperbolica e la mimica estrema rimandano al cinema muto di Chaplin e al Tati nazionale. Il suo sogno mai realizzato è quello di recitare in un lungometraggio con sole immagini e musica.

I dialoghi sono per lui quasi un orpello, e col suo umorismo da guardare tiene le sorti di esili trame. Ma non qui. Io, due figlie, tre valigie è la trasposizione cinematografica di Oscar, gettonata commedia degli equivoci che De Funès calca a più riprese anche dopo il film, dal ‘59 al ’72. Una valigia colma di preziosi passa di mano in mano per via di imprevisti e maneggi sempre più esilaranti, con le battute che incalzano, intanto, a ritmi vertiginosi. È la pellicola che più va a pennello alla sua figura di artista. Paradigmatica della tenacia di un uomo che – a dispetto della cardiopatia che lo mina – si consuma letteralmente sul set. E non solo. Travolto da un turbine di affetti ed effetti personali, Bertrand Barnier è l’uomo defunesiano che sbigottisce e diverte al contempo il suo uditorio. Iracondo, cinico, volubile. Gabbato dal serafico Martin, dispone ogni cosa nel vano tentativo di riavere la sua grana e “sistemare” Colette sedotta e abbandonata. Il film approda nei cinema nel ’67, col “Maggio” francese alle porte. E, negli anni della contestazione, della lotta di classe, Barnier è il nemico numero uno. Il capitalista che, in virtù della propria ragione sociale, tratta il prossimo alla stregua di un inferiore. Soccombe però alla fine, vittima degli eventi o di una qualche giustizia divina.

E perciò piace, come gli altri “eroi negativi” sortiti dalla febbrile inventiva di Louis De Funès. Nella sua caduta è la rivalsa dell’uomo medio. Ma quello è anche il momento di congedo da un pensiero retrò, e Barnier incarna ancora il passato. Colette lo chiama “papà antico”, e quando gli confida una finta gravidanza lui non capisce. Più in là, ha la stessa espressione attonita con la domestica che allude agli appetiti del suo uomo. D’un tratto, però, dai trascorsi lontani del fariseo Barnier vien fuori una figlia della “colpa”. È evidente che anche lui se la spassava. Ma in fondo, attempati o giovincelli, siamo tutti bacchettoni. Demetrio Nunnari da Diari di Cineclub numero 90 di gennaio 2021.

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