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“1000 giorni di non-vita” La storia di Nina nella dimensione del “prima” e del “dopo”. Nina Vasilievna Barnato

Nina Ortoždenova

“Il 22 giugno 1941 era finita l’esistenza da bambina della sovietica Nina Otroždenova, nata in una nazione dell’URSS. Tutto il suo passato era stato cancellato dai tratti neri a forma di croce che erano comparsi nel nostro cielo blu di Crimea e che gettavano su di noi morte, morte e morte. ln quella mattina di giugno, quando ancora stavamo dormendo, già morivano i nostri compatrioti a Kiev, Odessa e nella nostra natia Simferopoli. Le guardie di frontiera resistevano fino all’ultimo respiro e morivano con sulle labbra le parole «Per la Patria» «per Stalin». Poi arrivarono Luglio, Agosto e Settembre senza scuola; la gente si agitava, le voci crescevano, imprese e uffici venivano evacuati. Tutti noi speravamo in qualcosa, soprattutto nella possibilità di fuga, ma ogni speranza svanì quando fu annunciato che non era possibile abbandonare la Crimea.

I Tedeschi erano già sulle rive dello stretto di Kercensk. Le truppe marciavano verso Jalta e Sebastopoli. I reparti sanitari Tedeschi, che, con l’aiuto di alcuni traditori, erano riusciti a passare attraverso le montagne, riuscirono a distruggere i nostri reparti sanitari che trasportavano i feriti a Sebastopoli per poterli, poi, trasferire nell’interno, nella Terra Grande. I nostri se ne vanno, la città ronza come un alveare, i negozi sono aperti senza commessi. Alla gente viene detto di prendere tutto ciò che è possibile perché, poi, non ci sarà più nulla; inizia una scena da fine del mondo: tutti arraffano ciò che capita, spesso rovinando per la fretta proprio la merce che vorrebbero portare via. I magazzini bruciano, scoppiando come fuochi d’artificio: sembrano saluti di addio.

ln seguito i Tedeschi invasori distribuiranno alla popolazione pane di frumento bruciacchiato, imbevuto di cherosene, come a dire: mangiate pure ciò che vi hanno lasciato i vostri. Siamo all’angolo tra la via Kirov e la via Lenin, guardiamo verso il ponte Feodosiiskii. Là stanno lavorando gli ultimi genieri: minano il ponte. Ci avviciniamo. Ci gridano «Andate via, i Tedeschi arrivano da questa parte». Si sente il rombare dei motocicli, i genieri non hanno fatto in tempo a far esplodere il ponte e le proprie vite. Noi corriamo a casa. Tutti i vicini del nostro cortile, (quelli ancora rimasti) scendono nel sotterraneo e noi con loro. Chiudiamo il cancello e restiamo seduti nel sotterraneo. Dopo un po’ sentiamo che qualcuno scuote i cancelli; il rumore degli stivali rimbomba nel cortile. La porta che dà in cantina viene aperta; un fascio di luce proveniente da grosse torce illumina il pavimento.

Lungo la larga scala di pietra appaiono stivali militari: ecco i fascisti, ora possiamo vederli da vicino. Urlano, spingono, cercano gli “jude”, i commissari, i soldati. Mia mamma, non so perché, attrae la loro attenzione e le dirigono le lampade in faccia e gridano «Jude, jude, uscite fuori». I vicini, per fortuna ancora gente sovietica, si interpongono per la mamma, assicurando i bruti che non è jude. Ordinano di uscire, urlano «krig fertig», « raus nach haus» e noi ritorniamo alla luce e prendiamo atto dello stato di occupazione. È tutto. È finito «il prima» e comincia «il dopo»• Viviamo nel «dopo». È una nuova dimensione, in cui non c’è nulla all’infuori della paura e dell’incertezza. ln città imperversa la caccia agli uomini, le case vengono perquisite. I Tedeschi cercano armi. Confiscano le riserve di derrate alimentari. Nei luoghi più frequentati, per incutere ancora più terrore, tengono appesi gli impiccati a lungo; su di loro un cartello con la scritta «bandito», «partigiano», «commissario». Viviamo in uno strano mondo. Tutto si è fermato, tutto è come congelato. Non ci sono negozi, non c’è nulla da mangiare, andiamo in campagna a scambiare le nostre cose con barbabietole, mais. Arrivano i primi freddi, non c’è nulla per scaldarsi, andiamo a raccogliere schegge di legno.

Nella foto da sinistra: Nina a Mosca – Certificato di scuola media di 19 giugno 1941 ( 3 giorni prima di guerra) – Nina Vasilievna con le chiave della città di Alassio – Nina ad Alassio

Esce l’ordine per tutti gli Ebrei di comparire nei luoghi indicati nel giorno stabilito. Camminano.Camminano, noi stiamo sulla porta e guardiamo, camminano i nostri vicini, i conoscenti, i compagni di classe. Fuori città ci sono i fossati anticarro, là sull’orlo del fossato le persone si svestono e vengono fucilate con le mitragliatrici. I nemici caricano gli oggetti rimasti sui carri e li portano nel proprio comando militare, dove li classificano e li mandano in Germania o li distribuiscono ai loro scagnozzi. Più tardi tocca a noi. La Germania ha bisogno del lavoro di schiavi. Dapprima fanno reclutamento, promettendo condizioni normali; ma di gente che accetta se ne trova poca; segue ordine per tutti coloro che hanno tra i quindici e i cinquantacinque anni di comparire per una visita medica; per coloro che si rifiutano c’è la fucilazione oppure l’invio nei campi minati vicino a Sebastopoli. lo e la mamma ci sottoponiamo alla visita medica. La mamma viene scartata —è una cattiva lavoratrice con il suo cuore malato. A me viene detto di prepararmi e di recarmi nel giorno stabilito nel cortile del nuovo bagno. Ci siamo radunati, nuovi schiavi. Ci hanno messo in file e sotto scorta ci hanno condotto alla stazione dei treni merci. Era pronto un lungo convoglio merci e hanno cominciato a spingerci nei vagoni. Si sentono pianti, grida, chi cerca qualcuno, qualcuno si lamenta come ai funerali. La mia mamma sta in piedi immobile e mi guarda, poi mi tende le mani, ma la porta del vagone si chiude e ci divide per lunghi anni.

Il convoglio. Il vagone è pieno di gente; per riposarci c’è solo il pavimento di assi di legno Per la maggior parte siamo donne, ma ci sono anche degli uomini. Cominciamo a sistemarci, ci mettiamo seduti come possibile sui fagotti e sulle valige. Si sentono sospiri, un pianto silenzioso. Vicino alla porta sta seduto il soldato di guardia con la mitragliatrice. Stiamo viaggiando in una nuova dimensione. Noi non siamo più esseri umani, ma «cose» (stuk). Così ci avevano registrato i Tedeschi – «tante cose a tot centesimi ciascuna». Il convoglio è fermo da qualche parte in aperta campagna; ci fanno uscire per i nostri bisogni da espletare proprio accanto ai vagoni. I soldati di guardia stanno in piedi con le mitragliatrici pronte. All’inizio la vergogna rendeva quasi impossibile assolvere i propri bisogni corporali, poi ebbe la meglio la grande urgenza . Da questo momento cominciò l’eliminazione dell’identità personale e gli aspetti peggiori della natura umana cominciarono ad affiorare.

Viaggiammo e viaggiammo senza cibo, senza acqua, tutto quello che avevamo portato con noi era finito. Intorno la vastità della nostra terra, i campi di frumento bruciato e calpestato, la tecnologia distrutta. Le messi quest’anno non sono state raccolte, le campagne sono bruciate, tutto è distrutto. Si avvicina il confine, da uno degli ultimi vagoni, durante una fermata, uomini e ragazzi cercano di fuggire. I Tedeschi sparano dalle mitragliatrici, quelli che corrono cadono. Poi si diffonde la voce che qualcuno è riuscito a nascondersi.

Finalmente arriviamo in Polonia e ci portano per la disinfestazione alle docce. Ci spogliamo nude, ci mettiamo in file e andiamo attraverso il cortile pieno di soldati, che si divertono a questo spettacolo, sghignazzano e ci danno pacche sul sedere. Si apre una porta e la camera a docce ci inghiotte tutte tremanti per la vergogna e il freddo. Questo luogo è degno di particolare attenzione, poiché suggerisce con la sua struttura quella che poi diventerà una camera a gas: al posto di acqua verrà erogato gas. Lo spazio con il pavimento incassato è organizzato in modo tale che, quando danno l’acqua e noi stiamo pigiate, spalla contro spalla, è del tutto impossibile uscire dal suo flusso, che scorre da tutte le parti. È bollente. Noi gridiamo, i Tedeschi guardano dalle finestre inserite nelle porte e ridono.

Ora l’acqua scorre gelata e, a questo punto, la doccia termina. Prima della doccia, già nude, abbiamo passato il controllo dei pidocchi e a molte donne hanno tagliato i capelli a ciocche ed esse piangono. lo ho avuto la fortuna di essere capitata nella mani di una vecchia tedesca che, vedendo le mie lunghe trecce bionde, mi spinge leggermente e mi dice piano “Vai, vai”. Sotto la doccia io faccio appena in tempo a insaponare la testa che chiudono l’acqua Intreccio i miei capelli e indosso il berretto. Continuiamo il viaggio. La mia testa è stretta dalle trecce che si sono asciugate con il sapone. Le nostre cose,dopo l’accurata disinfestazione tedesca si sono fortemente deteriorate, i vecchi indumenti si disfano al primo contatto, i bottoni spariti. Per non parlare delle calzature, che si sono disseccate, deformate. Sono causa di tormenti. Chi era rimasto senza calzature del tutto aveva ricevuto zoccoli di legno, che sfregavano i piedi a sangue. Ancora nel vagone. Danno da mangiare delle conserve e una fetta di pane. La memoria si rifiuta di ricordare quei momenti e gli ultimi giorni di questa esistenza sul vagone semplicemente si dissolvono, spariscono. Emergiamo da queste tenebre sotto il grido «Loss»,«Raus» e l’abbaiare dei cani. Siamo arrivati. Il treno è fermo in aperta campagna, le persone vengono cacciate dai vagoni, disposte in colonne e spinte verso le porte che si vedono da lontano. E’ «Dachau», sopra di noi la scritta Arbeit macht frei (il lavoro rende liberi). Sì, la nostra schiavitù libera i Tedeschi dalla preoccupazione di lavorare.

Le prime baracche. Sono una distesa senza interruzioni di tavolacci a due piani, stipate di persone, in una miscela brulicante di lingue. I Tedeschi hanno inventato la propria Babele. Non danno da mangiare. Noi non siamo ancora registrati. Dopo alcuni giorni ci dispongono sulla spianata e alcune persone ci esaminano, ci tastano e ci scelgono. Sono contadini delle vicine campagne, che hanno bisogno di braccianti per la raccolta di patate. Quelli che vengono scelti hanno avuto, bisogna dirlo, una notevole fortuna: quella di sottrarsi a Dachau, dove la gente era destinata al crematorio. lo sono tra i fortunati.

Vivo già da due mesi insieme a una donna sovietica in una stalla sulla paglia, circondata da cavalli, mucche e altre bestie, che si distinguono dai bipedi per il fatto che non urlano e non spintonano. Due mesi di vita a sedici anni, con solo campi e la cesta per le patate nel solco, il giaciglio con la paglia, la notte tedesca, estranea. Giaccio con gli occhi aperti nelle tenebre e penso alla mamma, all’ottava classe non cominciata, alla vita che esiste da qualche parte e dalla quale sono stata esclusa. Sì, siamo state cancellate dalla vita. Non avevamo vestiti, non leggevamo, non ascoltavamo la radio, non potevamo fare nulla di quello che fanno le persone normali ogni giorno.

Le patate sono raccolte; vado con altri nuovi schiavi come me in qualche nuova dimensione. Alt, siamo arrivati. Arriva la nuova disinfestazione , molto accurata Con meticolosità bagnano le parti delicate con qualcosa di bruciante, mettono sulla testa dei copricapi di gomma in cui è inserita una canna, attraverso la quale pompano una qualche sostanza chimica in seguito alla quale “navighi” da qualche parte e da quel viaggio qualcuno non ritorna più. Poi ancora un vuoto di memoria e il ritorno alla realtà in altre baracche. È un lager nel territorio di una fabbrica della città di Monaco di Baviera . Incontro molte donne provenienti da Simferopoli. Continua la nostra vita da schiave. Di mattina la pattuglia apre la porta della stanza e grida «ln piedi». Ci mettiamo in colonna e andiamo a lavorare dodici ore alle presse, ai torni. Qualcuna di noi perde le dita alle presse (Larissa, Lena, Liuda, Rita). Qualcuno muore fulminato al saldatore automatico, qualcuno non si sveglia dopo la disinfestazione di turno delle baracche dalle cimici (ci spingono nelle baracche per la notte, nonostante che il gas non sia stato ancora ventilato via). così se ne vanno i giorni della nostra vita e noi non siamo più esseri umani, non siamo più cittadini del pianeta Terra. Non leggiamo libri, non ascoltiamo musica, non vediamo i nostri parenti, non siamo ritenute persone.

Per i trentadue mesi di deportazione non ho mangiato nulla all’infuori di tre patate lesse con la buccia (spesso marce), una sbobba, chiamata zuppa e una razione di pane, quando al mondo ci sono mele, pesche, uva, pomodori, e, senza parlare d’altro, i panini con il burro e l’amato caviale rosso, i panini della nostra mensa scolastica. Così sono trascorsi i miei sedici, diciassette’ diciotto, diciannove anni, ma io non c’ero…

Note sull’autore. Nina Vassiljevna Otroždenova-Corcinova, nata il 14 luglio del 1926 nella città di Simferopoli, nella solare Crimea dell’Unione Sovietica, rappresentavo la seconda nascita nella famiglia degli impiegati Otroždenov Vassilij Nikolaevic e Korcinova Maria Alekseevna. Papà era di Leningrado, mamma era della regione di Voronez La mia infanzia e la mia adolescenza furono come quelle di tutti bambini: l’asilo, poi la scuola: la mia amata scuola N.14 della città di Simferopoli nella Regione autonoma della Crimea. Nel 1941 conclusi gli studi della scuola media con il massimo dei voti.

Poi venne la guerra, l’occupazione e i 1000 giorni del lavoro coatto nei lager tedeschi. Nel maggio del 1945, dopo la liberazione, mi sposai con un prigioniero di guerra, mio compagno di campo di concentramento dal 1943. A Luglio andammo insieme in Italia, a Torino. L’Italia era stata nemica delllURSS durante la Seconda Guerra Mondiale e gli Italiani accoglievano i cittadini sovietici in modo diverso: qualcuno con amicizia, qualcun altro a sassate nella schiena.

Nel 1946 nacque nostra figlia. La situazione in Italia non era proprio brillante, c’erano le tessere per il pane, lo zucchero e per tutti gli altri prodotti. Finalmente mio marito iniziò a lavorare per la fabbrica automobilistica FIAT a Torino. A Roma venne aperta l’Ambasciata dell’URSS e io ricevetti il passaporto sovietico. Cercai di entrare in contatto con la mamma, ma non riuscita. Questa storia durò fino al 1952. Con tenacia studiai l’italiano e cominciai a lavorare come interprete. Finalmente dopo 14 anni di assenza tornai a casa a Simferopoli. Mi accolse la mamma, era oramai una vecchietta. Vennero le mie amiche del campo di concentramento, ricordammo insieme quei 1000 giorni della nostra non vita. Ritornai in Italia. Continuai a lavorare frequentando Mosca e Togliattigrad; mi vedevo con i parenti, a cui presentai mia figlia e mio marito. Ora Nina Vasilievna ha 94 anni, ne aveva 16 quando è stata privata dell’opportunità di vivere normalmente e sognare il futuro.

Famiglia: Nina, Bruno, Anna
Martimonio Nina e Bruno a Monaco di Baviera
Nina e Bruno al porto di Imperia Oneglia

Il mio nome è Valentina, come la grande Valentina Vladimorovna Tereshkova, e da sempre porto con me, con infinito orgoglio, il mio nome e la mia storia. L’idea di me nasce durante la Seconda Guerra Mondiale quando una splendida ragazza russa, Nina Vasilevna Otroždenova (mia nonna), nata a Simferopoli in Crimea, deportata dai tedeschi dall’URSS nei Campi della Germania nazista, arriva in un campo di lavoro a Monaco di Baviera dove presto conoscerà un bel e giovane Alpino italiano, Antonio Giudo Bruno Barnato (mio nonno), deportato in Germania dopo l’8 settembre, per aver tentato di scappare in montagna per raggiungere ed unirsi ai Partigiani italiani.

Questi due giovani si conobbero, si innamorarono e, come prima cosa, subito dopo la liberazione, cercarono un prete, insieme ad altre due coppie come loro, per farsi sposare. Quando uscirono dal Campo intorno a loro videro solo distruzione. Questo, però, non li fermò. Trovarono una chiesa cattolica devastata dai bombardamenti e insieme, gli uomini spostando le macerie e riuscirono a liberare il prete che ne uscì malconcio ma vivo. Gli chiesero di sposarli subito, perché per le donne russe era l’unico modo per poter seguire i loro amati in Italia, ma il curato obbiettò che le spose non erano battezzate, in quanto sovietiche e quindi senza Dio. Fu così che l’Alpino Bruno, con la sua solita diplomazia, spiegò al parroco che, se non avesse celebrato il matrimonio, sarebbe stato rimesso sotto le macerie. Pochi minuti dopo mia nonna era ufficialmente la signora Barnato.

Erano finalmente pronti. Pronti a lasciare quella terra straniera che per loro rappresentava solo dolore e morte. Pronti per iniziare la loro vita insieme che sarebbe durata 64 anni. Dopo un lungo ed estenuante viaggio in treno, naturalmente su vagoni merci, tanto per non abituarsi troppo alle comodità, la ormai 19enne Nina Vasilevna si ritrovò in Italia in un paesino alle porte di Torino dove si parlava solo piemontese. I suoi suoceri, Anna e Giovanni, la accolsero subito come una figlia; per sua fortuna erano comunisti. Ben presto, imparato sommariamente il dialetto del posto, iniziò a lavorare nella panetteria di famiglia e il 26 aprile 1946 nacque la piccola Anna, la mia futura mamma. Essendo Nina una donna intelligente e curiosa non ci mise molto ad imparare anche l’italiano, solamente leggendo l’unico quotidiano che c’era in casa, L’Unità.

Intanto continuava a mandare lettere a casa a sua mamma Maria Alekseevna per dare sue notizie e nella speranza di riceverne da lei. Erano vivi? Stavano bene? Ogni notte si addormentava con questo pensiero angosciante. Suo fratello Vladimir Vasilevic era un soldato dell’ Armata Rossa. Si era salvato? Passarono anni senza che le sue domande avessero una risposta. Nei suo occhi c’erano le immagini di casa, la sua adorata Crimea e nel suo cuore il desiderio di ritrovare la sua famiglia era ormai un urlo di dolore. Finalmente, un giorno, i soldati russi di stanza in Italia per aiutare i propri concittadini che volevano rimpatriare e a cui erano state affidate tutte le sue lettere, portarono la tanto attesa risposta. Era la sua mamma che scriveva e diceva che stavano bene, che suo fratello era stato ferito al volto (cicatrice profonda che per tutta la vita avrebbe ricordato loro quell’ incubo), ma era vivo! Nel 1956, grazie a molti sacrifici economici, riuscì ad avere abbastanza denaro per tornare per la prima volta nella sua Simferopoli: a casa. Che suono dolce per lei quella parola, finalmente “casa”!

Nella scuola di Alassio
Nina e Bruno
Nina Valilievna con la nipote Valentina

Tornata in Italia continuò a studiare l’italiano fino ad avere la perfetta padronanza della lingua che le permise di iniziare a lavorare come interprete e traduttrice per molte ditte italiane che avevano rapporti commerciali con l’Unione Sovietica, tra cui la FIAT , fece da interprete durante il gemellaggio tra la città di Torino e quella di Volgograd e per le squadre di sportivi olimpionici che vennero in Italia per le Olimpiadi che si svolsero a Roma nel 1960. Le sue trasferte in Russia erano frequenti e questo le permetteva di mantenere stretti i rapporti con la sua, la nostra famiglia.

Nel 1971 nacqui io e lei smise di viaggiare per lavoro. Continuò a lavorare da casa, ma ormai la sua vita girava intorno a me, la sua Valicka. I miei genitori lavoravano tutto il giorno e quindi io crebbi con lei, educata come una vera sovietica, anche se, purtroppo, non mi è mai stato insegnato il russo perché con noi viveva il mio bisnonno e quindi in casa, per comodità, si parlava solo piemontese. Il risultato fu che ero una piccola sovietica che viveva in Italia e parlava solo dialetto. A ripensarci, ancora adesso, sorrido di me stessa. Con gli anni della scuola ho poi imparato l’italiano, ma, malgrado ciò, mi sono sempre sentita una straniera nella mia Nazione di nascita. Il legame con mia nonna, negli anni, è sempre cresciuto, tant’è che quando, nell’ aprile del 1994, ho deciso di trasferirmi in Liguria i miei nonni (la bella ragazza russa e l’Alpino) sono venuti con me.

Da 27 anni viviamo nella bella Alassio. Nina Vasilevna la conoscono tutti. Lei, fino a 2 anni fa, per la Giornata della Memoria, veniva invitata dalle varie scuole a raccontare la sua storia e quella di mio nonno e nel 2017, durante uno spettacolo organizzato dal Comune per tale data, le sono state consegnate dal Sindaco le chiavi della Città. Siamo ancora insieme io e lei, inseparabili come sempre, e quest’anno il 14 luglio festeggeremo il suo 95esimo Compleanno!

L’articolo utilizza: materiali dal libro “Schegge di memoria” 1941-1945, memorie di Nina Vasilievna Otroždenova e Valentina Zancarli, fotografie di famiglie di Barnato, Otroždenova, Zancarli.

Articolo preparato da: Elena Buzhurina, Presidente dell’Associazione Culturale “Liguria Russia Sanremo Nice Côte d’Azur”.

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