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Intervista a Luca Bizzarri

Luca Bizzarri è un attore, comico, cabarettista e conduttore televisivo italiano, noto per il duo Luca e Paolo formato con Paolo Kessisoglu. Diplomato al Teatro Stabile di Genova, partecipa a diversi programmi televisivi di successo come Ciro, MTV Trip, Mai dire Gol, Superciro dove fa coppia fissa con il collega Paolo. In televisione dal 2003 al 2017 interpreta il personaggio di successo Luca Nervi nella sitcom Camera Cafè.

Il suo esordio sul grande schermo è  nel 1999 con il film E allora mambo! al quale segue Tandem e diversi film tra cui Immaturi, Immaturi il viaggio, Asterix alle Olimpiadi, Colpi di Fortuna, Un fidanzato per mia moglie e recentemente Un figlio di nome Erasmus. Tra il 2002 e il 2003 presta la voce al cartone animato Sitting Ducks e al film d’animazione spagnolo La foresta magica. Ha condotto per dieci anni dal 2001 al 2011 il programma televisivo Le Iene, nel 2011 ha presentato il Festival di Sanremo con la direzione artistica di Gianni Morandi, in seguito vari programmi televisivi come Scherzi a parte e Colorado. Dal 2017 è Presidente della Fondazione Palazzo Ducale di Genova. Ha inoltre nella sua città natale fondato il Centro di Formazione Artistica.

Come hai vissuto il periodo di quarantena forzata causato dal Covid-19 e questo momento di libertà condizionata? Innanzitutto ho attraversato due fasi, una prima fase come credo tanti miei concittadini di preoccupazione e paura, mi trovavo a Milano ai primi di marzo, l’aria era molto pesante e c’era molta paura. Quando sono tornato a casa a Genova, mi sono un po’ abituato come credo tutti, anzi ho scoperto un nuovo modo di stare solo, già non ero molto mondano, adesso per uscire credo che aspetterò almeno la fase sei o sette, penso che non mi accontenterò della fase tre.

Dal punto di vista dei rapporti con gli altri e delle abitudini è cambiato qualcosa nella tua vita personale? Sì, dal punto di vista dei rapporti qualcosa è cambiato, forse in alcuni casi posso dire che è migliorato, per esempio, il rapporto con i miei genitori, che era un rapporto molto stretto di grande amore, che però davo un po’ per scontato, nella situazione di pandemia, con l’impossibilità di vedersi, sentirsi solo per telefono o in videoconferenza mi ha fatto capire quanto sono importanti i rapporti con i propri cari.

Il 7 agosto 2017  è stato nominato Presidente della Fondazione Palazzo Ducale. Un riconoscimento importante per un artista genovese che ama Genova. Quali sono i progetti che è riuscito a realizzare? Sono quasi passati 3 anni, devo dire che non sono stati anni semplici, sono arrivato che il palazzo non era in ottime condizioni, c’erano stati dei problemi con una mostra di Modigliani, in più ho dovuto imparare perché non era una situazione per me normale quella di avere a che fare con un’istituzione pubblica e con una fondazione così importante. C’è voluto del tempo e devo dire che probabilmente l’incontro con la bravissima Serena Bertolucci, che al tempo dirigeva Palazzo Reale, il lungo lavoro di convincimento che ho fatto per portarla da noi, mi hanno ripagato di tutto, anche degli errori che ho commesso all’inizio.

Ci sono tante cose di cui vado fiero dalla mostra su Paganini, a quella su Enzo Tortora e purtroppo a quella più bella, ma dolorosa che è la mostra dei racconti dei genovesi sul loro rapporto con la tragedia ponte Morandi, una mostra che non avrei mai aver voluto fare, ma che nel grande dolore è risultata piena d’amore.

Quale pensa dovrebbe essere il ruolo della cultura e del cinema in questo momento? Il ruolo della cultura e del cinema in questo momento credo sia fondamentale, come in tutti i momenti di difficoltà è giusto ricordarsi che il cinema e l’arte non fanno solo divertire, ma proprio nel senso latino del termine ti aiutano esattamente a capire dove sei, qual è la tua realtà, quindi spero che il governo si ricordi che il mondo dell’arte e della scuola sono punti di partenza fondamentali per un rinascita non solo culturale, ma anche economica del paese.

Dal 23 nov 2019 al 24 mag 2020 al Palazzo Ducale di Geova si è aperta la Mostra “Il secondo principio di un artista che non c’è” dedicata a Banscky. Come è nato questo progetto? La mostra dedicata a Banscky è nata l’anno scorso ed è un’altra iniziative di cui si è occupata la direttrice Serena Bertolucci. La mia intenzione come nuovo Presidente era di portare a Palazzo Ducale una fascia di giovani che non lo frequentava, come purtroppo molte istituzioni culturali vengono frequentate dai ragazzini portati forzatamente dalle scuole e dagli over quaranta, quarantacinque che vanno per interesse personale, manca totalmente quella fascia dai venti ai quarantacinque. L’obiettivo che mi sono dato all’inizio è questo di portare a Palazzo quella fascia d’età e Banscky corrispondeva perfettamente a questa esigenza.

Dall’8 maggio 2020 al 14 giugno “La mostra che non c’è sui capolavori genovesi nel mondo”: Rubens, Caravaggio, van Dick, Orazio Gentileschi oggi esposti nei più importanti musei del mondo, di quando Genova era la capitale di un impero, Un progetto che ricorda ai genovesi la grandezza della loro città chiamata La Superba, capitale  di un impero che arrivava a Costantinopoli, Crimea, Georgia, Abcasia? “La mostra che non c’è” è nata proprio dall’esigenza di proporre qualcosa a Palazzo Ducale in un momento in cui non si poteva fare niente, perché era giustamente chiuso e a questo fine mi è venuto in mente di organizzare una mostra che non esiste per promuovere il palazzo.

Poi Serena ha avuto l’idea di realizzare una cosa ancora più concreta e raccontare con il professor Montanari i capolavori che sono in giro per il mondo che hanno uno stretto legame con Genova che ha vissuto nel tempo grandi momenti di importanza economica, storica e culturale. Purtroppo adesso non è più così, ma noi nel nostro piccolo cerchiamo di riportare a casa quello che non è più a casa.

Lei inizia a recitare nella compagnia dialettale Gilberto Govi. Quanto questa esperienza è stata importante per entrare nel teatro? Inizio a recitare nella compagnia dialettale “Gilberto Govi” nel 1987 a sedici anni, per puro caso, non vengo da una famiglia di teatranti tutt’altro perché mio padre faceva il carabiniere. Questa esperienza mi é servita perché ho fatto il teatro quello vero, dove prima di recitare si montavano le scene e finito si smontavano, la polvere del palcoscenico l’ho assaggiata per bene ed ho un ricordo meraviglioso di quel periodo.

Ero molto giovane, il teatro dialettale era fatto da persone di una certa età, io ero un ragazzino in mezzo a questi attori. Renato Ghiglione era un controllore dell’autobus, erano tutti attori che non mi piace definire dilettanti perché avevano delle capacità e del talento che nei professionisti non ho sempre ritrovato soprattutto quella passione che aveva reso quegli anni molto importanti per me

Cosa rappresenta oggi Gilberto Govi per Genova? Il genovese è ancora una lingua? Gilberto Govi per Genova rappresenta molto, il genovese è ancora una lingua viva, purtroppo si sta perdendo sempre di più e i tentativi di tenerlo vivo si scontrano con la modernità, d’altra parte il mondo già prima cambiava molto velocemente adesso cambia ancora più rapidamente in una maniera che è molto difficile contrastare e non so neanche se poi sia giusto contrastarla, Certo io mi ritrovo ancora adesso quando recito o quando sono in diretta ad usare dei termini che sono intraducibili per la lingua italiana e mi viene da sorridere ricordando la forza e la potenza della lingua genovese

In napoletano sono tradotte Shakespeare, l’Achmatova, Poliziano, i classici latini con Gianni Lamagna, Davide Iodice, Rosanna Bazzano, Claudio Pennino, un esperimento simile potrebbe essere effettuato con la lingua genovese? Ci sono anche testi comici sia classici che moderni che potrebbero diventare interessanti per un attore come Lei che è nato nella compagnia dialettale Gilberto Govi.

La traduzione dei classici in genovese potrebbe essere interessante, devo dire che nonostante tutto il rispetto e l’amore che ho per Genova il confronto con la napoletanità non è fattibile perché il teatro popolare napoletano ha una forza e una visibilità mondiale che il teatro genovese non ha. Sarebbe molto bello, ma non credo che potrebbe essere un esperimento di grandissimo successo perché purtroppo il genovese lo parlano in pochi anche a Genova. Credo che la lingua genovese sia un piccolo tesoro da custodire, ma in questo momento non ha la forza che ha il napoletano.

Al Teatro Stabile ha recitato anche in ruoli drammatici con Riccardo III e Amleto, rimpiange il teatro classico?Rimpiango molto il teatro classico e credo che ci tornerò al più presto perché è quello per cui ho studiato, è stato il mio punto di partenza, è una casa dove mi sono sempre trovato bene e credo che ci siano ancora molte cose da scoprire. C’è una generazione di nuovi registi che mi piacciono molto e spero quando gli impegni me lo permetteranno di poter tornare presto al mio primo amore: il tetro di prosa.

Nel 2000 con Luca&Paolo approda su MTV con un nuovo programma. Come è nato questo sodalizio così fortunato? Con Paolo abbiamo cominciato anche prima, perché eravamo in classe insieme nell’Accademia di Arte Drammatica. Nella scuola del Teatro Stabile di Genova avevo avuto un incontro con Giorgio Gaber che mi aveva suggerito di non aspettare che qualche lavoro venisse a trovare me, ma che se avevo qualcosa da dire, di farlo, di dirlo anche nelle pizzerie. Allora cominciai a scrivere dei testi che erano dei plagi scandalosi del teatro-canzone di Gaber perché mi serviva la parte canzone visto che allora e ancora adesso Paolo è un ottimo musicista, un chitarrista.

Gli chiesi di collaborare con me e di buttare giù qualcosa e così abbiamo cominciato, abbiamo trovato un sodalizio che continua ancora adesso e ci siamo trovati bene umanamente e soprattutto tecnicamente come fusione di caratteri. Sul palco continuiamo a lavorare molto bene insieme , soprattutto a divertirci e credo che questo sia il segreto per trovare la risata e così è facile far ridere anche gli altri.

Lei è riuscito a fare cinema, teatro, Tv, doppiaggi, videoclip ha un sogno nascosto? Mi piacerebbe fare del teatro in una lingua non mia, ricominciare da capo con una difficoltà in più, magari in inglese o anche in russo, anche se credo che in russo sia un po’ troppo complicato cominciare alla mia età, se non lo si è studiato prima. Recitare in una lingua non mia mi affascina molto perché mi appassionano le sfide complicate e questa sarebbe assolutamente una sfida davvero complicatissima.

Nel 2011 è stato è invitato assieme a Paolo Kessisoglu da Gianni Morandi a presentare il Festival di S.Remo 2011 cosa puoi raccontare di questa esperienza? Il Festival di San Remo è stato un momento molto importante per la nostra carriera, una svolta perché prima del Festival eravamo già conosciuti, ma dopo siamo diventati nazionalpopolari ed è cambiato tutto. Siamo riusciti a mantenere una nostra indipendenza, un nostro timbro di sconvenienza più che di convenienza e questo forse è stata la fortuna di quell’edizione del Festival perché siamo riusciti a non adeguarci del tutto alla messa cantata del festival di Sanremo pur rispettandola tantissimo e anzi volendone far parte.

Ricordo che la prima volta che ci chiesero di fare il Festival dissi lo facciamo solo se possiamo proporre la formula di esibizione. Partecipare a questa liturgia è stato favoloso, certamente il Festival di Sanremo porta con sé una serie di tensioni, di preoccupazioni, di paura, è una settimana in cui il paese impazzisce completamente non si parla d’altro, forse anche troppo e quindi arrivare in fondo riuscendo a mantenere la barra dritta non è facile. Abbiamo avuto molte difficoltà, molte paura, molte tensioni anche perché ogni giorno hai la sensazione o credi di giocarti la carriera. Un’altra cosa altrettanto bella che ho capito di San Remo è che quando finisce nessuno se ne ricorda più, durante la settimana se sei andato bene ti incensano, se sei andato male ti distruggono, ma il lunedì successivo il mondo ricomincia esattamente come prima per cui forse se un giorno lo rifaremo o ci chiederanno di partecipare ancora e lo spero, perché è sempre una bella vetrina, credo che saremo, ma non troppo leggermente più sereni.

Elios
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