Il mondo in uno scatto: Lev Manovich studia il selfie

Dal sito selfiecity.net

“Non mi interessa se un comportamento sia positivo o negativo. Mi interessa capire perché esista”. Con queste parole il sociologo di origine russa Lev Manovich spiega il motivo della sua ricerca. Docente di New Media Art all’Università della California, Manovich è nato nel 1960 a Mosca, dove ha studiato Belle Arti, Architettura e Programmazione. Trasferitosi a New York per conseguire un dottorato in Visual and Cultural Studies, il ricercatore ha pubblicato nel 2001 il suo primo libro dal titolo “Il linguaggio dei nuovi media”, punto di riferimento sia per coloro che erano già immersi nelle nuove tecnologie, sia per chi iniziava a percepirne la portata rivoluzionaria all’inizio del nuovo millennio. Il magazine statunitense The Verge lo ha addirittura inserito nel 2014 nella classifica delle “50 persone più interessanti che costruiscono il futuro”.

Le principali aree di ricerca di Manovich riguardano le scienze sociali, lo studio dei software e l’analisi di tendenze culturali. Tra queste ultime, riveste particolare curiosità la sua osservazione del fenomeno dei selfie. Il termine inglese che, come sappiamo, si può tradurre in italiano con “autoscatto”, compare inizialmente su Flickr, sito americano di condivisione di fotografie, nei primi anni del nostro secolo. Nel giugno 2010 la Apple lancia l’iPhone 4, il primo iPhone ad avere due fotocamere. Pochi mesi dopo arriva Instagram, un’app che permette di migliorare le immagini. La rivoluzione ha inizio! Chiunque, VIP o meno, senza essere un professionista, può scattarsi una foto e migliorarla attraverso numerosi filtri grafici. Da Obama a Papa Francesco in posa con i fedeli, al selfie scattato dalla presentatrice Ellen DeGeneres durante la notte degli Oscar 2014, il più condiviso della storia.

Visto lo sviluppo di una vera tendenza, l’Accademia della Crusca inizia a occuparsi dei selfie, creando una pagina dedicata sul proprio sito, ma anche il dizionario Zingarelli e l’enciclopedia Treccani aggiungono il termine.

Perché Lev Manovich studia i selfie? In un saggio il sociologo racconta di essere sempre stato colpito dal fatto che, spesso, non abbiamo alcuna idea dei luoghi in cui viviamo. Abbiamo a portata di click la mappa di qualsiasi città, possiamo sapere quale sia il miglior ristorante del quartiere, ma non siamo in grado, secondo lui, di comprendere cognitivamente lo spazio intorno a noi.

Assieme ad un gruppo di ricerca, lo studioso di origine russa ha raccolto 2.3 milioni di immagini pubblicate su Instagram da utenti sparsi in tutto il mondo, tra Mosca, New York, Tokyo, Bangkok, San Francisco e undici altre metropoli. Attraverso software come le API (application programming interface), è stato possibile raggruppare i selfie in base alle proprietà semantiche visive, creando mappe multilivello delle comunità. In questo modo smettiamo di occupare gli “spazi opachi”, quei luoghi in cui, secondo Manovich, ci troviamo ogni giorno senza avere una reale consapevolezza.

Sul sito web del suo progetto www.selfiecity.net, Lev ed il suo team hanno prodotto una serie di grafici basati sui dati estratti, ottenendo informazioni nascoste nel profondo di un fenomeno apparentemente frivolo. Quanto diversa è la vita di una città rispetto all’altra? Quando Manhattan va a dormire? Qual è la tipica colazione di un thailandese? Chi sorride di più?

Il selfie allora non è solo un atto autoreferenziale, ma un fenomeno sociale che può raccontare molto di noi, delle nostre abitudini e comportamenti. Studiarlo ci aiuta, in qualche modo, a comprendere la società. In fondo, siamo in Rete quello che siamo nella vita.

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