Albanian SQ Arabic AR Chinese ZH-CN English EN French FR German DE Hindi HI Indonesian ID Italian IT Japanese JA Korean KO Norwegian NO Portuguese PT Romanian RO Russian RU Spanish ES Turkish TR

Intervista al regista Paolo Emilio Landi

Abbiamo avuto l’onore e il piacere di intervista il regista teatrale, documentarista e giornalista Paolo Emlio Landi. Personaggio dai molteplici interessi che nella sua carriera si sposta dal teatro alla televisione con estrema frequenza.

Paolo Emilio Landi inizia giovanissimo a occuparsi di teatro, lavorando come assistente di registi come Luigi Squarzina, Augusto Zucchi, Giulio Bosetti. Debutta nella regia professionale con la prima nazionale di After Magritte nel 1986, un testo inedito di Tom Stoppard. Il successo arriva con La cantatrice calva di Ionesco, più volte ripresa, in Italia, Francia, USA, e Russia. Negli anni ’90 inizia la sua carriera in Russia, che lo porterà a mettere in scena oltre 25 spettacoli nei Teatri Accademici Nazionali di numerose metropoli come Omsk, Samara, Saratov, Riga, Vilnius, Chelyabinsk, Mosca, San Pietroburgo. Città che lo hanno visto tornare più volte per nuove messe in scena.  In Russia ha trovato un ambiente fortemente sensibile alla sua estetica teatrale ed è ritenuto uno dei registi più apprezzati e richiesti. (Imhonet).  È stato il primo regista a andare in scena allo storico Teatro Na Taganka, di Mosca. Con lo spettacolo messo in scena al Teatro dei Giovani di Saratov nel 2004, Landi è divenuto il primo straniero a ricevere l’ambito Oscar del teatro Russo, il GosPremja, tributato dal Presidente delle Federazione Russa, Vladimir Putin, a Filumena Marturano.

Negli USA vince il premio per il miglior spettacolo della stagione per la sua prima messa in scena al Repertory Theatre di Milwaukee, Servitore di Due padroni . Da lì inizia anche la collaborazione con la prestigiosa Università di Richmond (Virginia) di cui diventa docente di teatro e documentaristica.

Ha girato documentari in Europa, Africa, Asia, nelle Americhe. I suoi programmi sono stati anche trasmessi in Francia e Svizzera, in Usa. Tra le produzioni internazionali di spicco ricordiamo Il Vulcano può ancora esplodere, girato in Ruanda, dopo il genocidio, Sudan, una pace difficile, La Russia di Putin, In nome di Dio, La guerra di religione nelle Molucche (Indonesia) e C’è un tempo per…, collage di interviste sul tema del tempo. nel 2015 ha realizzato un documentario su Nelson Mandela, trasmesso oltre che da Raidue anche da France 2, da RSI, televisione svizzera italiana e dalla RTS televisione svizzera francese.

L’intervista è di Daniele Ceccarini . Nella tua carriera riesci a passare senza difficoltà e sempre con successo da essere giornalista,   documentarista, regista di teatro e di televisione, come riesce conciliare ruoli ? In realtà la cosa è meno strana di quanto possa pensare, io ho una sempre avuto una certa curiosità verso il genere umano, questa stessa curiosità si trasmette nel lavoro di giornalista. Quando vado in giro con la telecamera posso permettermi di fare domande che magari non potrei fare nella vita, talvolta inopportune e che non farei se fossi in una situazione normale. Questa curiosità di indagare le persone, come affrontano la vita, cosa pensano, in qualche modo si trasmette nella stessa curiosità che ci vuole nel creare un personaggio o nelle storie. La ricchezza che io ricevo incontrando le persone in giro per il mondo, intervistandole sugli argomenti più vari, le trasformo nella creazione di personaggi che metto in scena, nel lavoro di collaborazione che nasce con l’attore nel momento che si prepara il personaggio. Sono due facce di un’operazione che da una parte non è semplicemente compilativa e dall’altra creativa, ma sono entrambe creative. Anche un’intervista non è solamente un resoconto di una chiacchierata ma è un incontro tra due persone, in qualche modo quindi necessita di essere elaborata, preparata prima.

Il tuo percorso inizia giovanissimo collaborando con artisti importanti come Luigi Squarzina, Augusto Zucchi, Giulio Bosetti. Cosa ti hanno lasciato? Le persone con cui ho iniziato mi hanno lasciato un’idea abbastanza chiara di quello che non desideravo fare.  Erano persone che venivano da una grande esperienza di teatro, soprattutto Squarzina come intellettuale e come studioso di teatro; Bosetti è stato un attore di nome; Zucchi è un regista che ha sperimentato molto negli anni ’80 e ’90, ma ad essere sincero quello che mi ha realmente formato e cambiato la vita è stato l’incontro con il teatro russo.

All’inizio degli anni’ 90, sono arrivato in una città come Omsk, dove sono entrato come dodicesimo straniero dopo settant’anni, perché era una città chiusa. Ricorderò sempre che sono entrato in questo teatro senza sapere una parola di russo ed è stata la grande epifania della mia vita, l’apparizione del teatro come lo amo e lo faccio e cerco di farlo anche adesso.

Sei stato il primo straniero a ricevere l’Oscar del teatro Russo, il Gos Premja. Cosa rappresenta aver ricevuto questo riconoscimento? Ho avuto il premio per il mio spettacolo Filumena Marturano, che poi e stato in scena per trent’anni nel Teatro di Saratov  particolarmente noto perché ci sono passati molti attori di grande fama.

Il premio o il riconoscimento della Russia più importante è stato perché, a differenza di molti miei colleghi che sono arrivati in Russia negli anni ’90 invitati perché si aprivano le frontiere e c’era desiderio di contatti, molti non sono più tornati, sono rimaste esperienze singole o episodiche, nel mio caso sono stato fortunato, sono tutti andati molto bene gli incontri, perché in tutti i teatri dove sono stato sono poi ritornato a fare un altro spettacolo. Il più grande complimento l’ho ricevuto dall’allora Direttore del Teatro di Omsk che poi in seguito, ha diretto anche tanti teatri molto importanti, che mi disse Lui non è un italiano è uno dei nostri …( Он не итальянец, он один из наших, On ne ital’yanets, on odin iz nashikh).  In Russia non mi sento un emigrante, ma russo. Io ho dei problemi di identità perché la mia cultura è italiana, però ho anche una cultura anglosassone avendo insegnato in America  e poi ho una terza parte di identità che è quella russa, quando sento qualcuno che parla russo mi si apre il cuore, la Grande Madre Russia mi affascina sempre.

Qual è il tuo approccio al teatro, con gli attori e gli altri tecnici? Come costruisci una regia? Il percorso è stato curioso. Quando ero molto giovane avevo una tendenza quasi ossessiva al controllo di tutto, della luce, del tempo, dell’intonazione, della musica, il primo spettacolo che ho fatto in Russia  La Cantatrice calva era di fatto quasi una coreografia con la musica e con le battute dette in tempo musicale, perché avevo un atteggiamento di estremo controllo e questo poteva creare dei problemi nelle relazioni con gli attori. In qualche modo imitavo la mitologia del regista tiranno, tutto centrato sulla propria idea, poi nel mio percorso, grazie agli incontri con i grandi attori con cui ho avuto la fortuna di lavorare, persone veramente molto brave, eccezionali che non è difficile incontrare nei grandi teatri russi, ho capito quanto sia molto più saggio, opportuno e arricchente entrare in una dimensione di scambio e di collaborazione. La responsabilità dello spettacolo lo porta sempre il regista, che ne ha tutto il peso, ma lo spirito creativo e collaborativo anche a volte  con la rinuncia di alcune idee, grazie ad un percorso di esplorazione insieme,  traduce un risultato migliore nello spettacolo. Dal punto di vista della regia ma anche della scrittura, negli ultimi anni ho scritto o riadattato molti spettacoli, di alcuni ne ho curato le traduzioni, di altri  facendo molta improvvisazione durante le prove, come nel caso ne L’Amore delle Tre Melarance, il testo di Gozzi,  che abbiamo messo in scena senza un testo scritto e abbiamo creato insieme con gli attori in cui io suggerivo o rubavo loro le parole.

Secondo te il metodo Stanislavskij è ancora alla base della formazione di un attore? Parlare di un metodo Stanislaskij è già un’aberrazione perché ha detto tutto e il contrario di tutto. Io penso che il problema sia mal posto, ogni regista e ogni spettacolo utilizza metodi diversi, non tutte le chiavi aprono tutte le porte, bisogna trovare nella messa in scena le chiavi che aprano che creano delle possibilità, che partano da un metodo biomeccanico o da un’introspezione psicanalitica tutto sommato mi è assolutamente indifferente, non credo che si debba sposare qualcosa o qualcuno. C’è un libro Il trucco e l’anima di Angelo Maria Ripellino che è la storia del Teatro Russo all’inizio del ‘900 e racconta le storie di Dančenko, Majakoskij e tutti gli altri e appare chiaro come tutti questi uomini fossero dei ricercatori, cercavano di volta in volta dei modi espressivi che fossero funzionali allo spettacolo o all’emozione, o all’idea che volevano mettere in scena.

Credo che il metodo di analisi del testo che Stanislavskij propone sia assolutamente utile come tutti gli strumenti per affrontare alcuni testi, per altri non serve come per esempio nella Cantatrice calva che  misi in scena negli anni ‘90. Ricordo che fui il primo a mettere in scena in un teatro dei stato russo il teatro dell’assurdo. In questo lavoro Stanislavskij non c’entra per niente, perché non c’è psicologia o arco del personaggio, ma l’assoluta circolarità del tempo e quindi gli attori erano sbalestrati nel cercare di utilizzare quella chiave. Al contrario e per fortuna, gli attori russi hanno un tipo di educazione che utilizza diversi strumenti e diverse forme per cui alla fine riescono ad adattarsi meglio a diverse tipologie di teatro. Personalmente quello che mi aiuta molto è l’esperienza della commedia dell’arte, dove c’è la maschera, l’improvvisazione e il rapporto con il pubblico.

Come regista di documentari hai affrontato temi drammatici come il genocidio in Ruanda, il Sudan, l’Indonesia, queste esperienze con realtà drammatiche ti hanno cambiato la sua vita? Sì, ricordo che quando sono tornato dal Ruanda ero in stato di shock e continuavo a parlare di quello che avevo visto. Sono esperienze che ti arricchiscono, ti danno prospettive diverse, ti fanno anche sentire che l’arte è necessaria e la devi fare non perché non sai come sbancare la giornata o perché vuoi mostrarti davanti a un pubblico ma perché hai qualche emozione da condividere o qualcosa da dire. Queste esperienze mi hanno arricchito come persona e mi hanno aiutato nelle comprensione delle persone e di me stesso rispetto alle cose e forse hanno anche allargato la  visione che ho delle cose.

Ti parlo di entità plurime, non questa Italia con le sue piccole beghe e le sue storielle che mi sta un po’ stretta, perché quando vai fuori è chiaro che  è tutto diverso e che le prospettive ti cambiano. Queste esperienze mi hanno da un lato scioccato, dall altro arricchito.

Come hai accennato prima, hai lavorato in diverse parti del mondo come gli Stati Uniti e la Germania, cosa ti ha lasciato la Russia e il suo popolo rispetto agli altri posti dove hai vissuto e lavorato? Quando sono arrivato per la prima volta sapevo veramente poco sulla Russia, è stata veramente una grande scoperta anche perché erano gli anni ’90 era quindi un altro mondo. E’ stata un’indagine molto bella e interessante, il mondo dove mi sono realizzato di più nella parte artistica, ho fatto le cose che ho amato di più, ho lasciato anche degli spettacoli che sono ancora rappresentati in molte città da Riga, a Samara, a Mosca, a Saratov, dove da molto tempo c’è qualcuno che guarda una parte della mia vita che ho amato molto. Credo che questa incontro sia dovuto sicuramente al fatto che ci siamo trovati e dall’altro proprio grazie alla generosità di questo popolo. Certo si divertono come noi e sembrano uguali ma per fortuna sono proprio diversi. Faccio un esempio quando ho fatto Miseria e Nobiltà per la prima volta, che è stato uno degli spettacoli che è stato più in scena, a Omsk diciassette anni, a Riga tredici anni. Quando l’ho messo in scena per la prima volta mi sono posto il problema di spiegare ai russi cos’è Napoli e cosa significa l’essere napoletani, come si fa a spiegare il sole, il mare, questo cuore in mano ma anche questo fare un po’ furbesco e superficiale e anche cialtrone? Mi sono chiesto come faccio a spiegare tutto questo mondo? E invece è stato molto facile, perché stranamente c’è una consonanza con molti aspetti della nostra cultura, per cui i russi sono un po’ napoletani e i napoletani sono anche un po’ russi, non ho avuto difficoltà in questo senso. Per me la Russia è la Grande Madre e l’amore che c’è per l’arte e il teatro è eccezionale. Ricordo che una volta dovevo salire su un aereo che era tutto pieno, era l’ultimo  aereo che partiva quel giorno e io dovevo per forza prenderlo perché avevo un spettacolo, mi hanno detto: – Ma lei è Emilio Landi che ha fatto Ladies Night? E mi hanno fatto partire unicamente perché avevano visto lo spettacolo, questo sono i russi, qui in Italia se sanno che fai teatro ti guardano come dire: Eh poveraccio!

Elios
Editoria - Arte - Spettacolo
info@elioseditoriale.org