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Riccardo Grosso, vi racconto l’armonica a bocca

Nella foto Riccardo Grosso e Johnny Sansone

Un’occasione veramente straordinaria per i nostri lettori e per gli amanti della musica per scoprire l’armonica a bocca:  Riccardo Grosso, suonatore e Maestro di armonica a bocca, ci racconta come si è innamorato dell’armonica a bocca, il suo percorso musicale, le particolarità di questo strumento, che più di tutti è vicino alla voce umana e offre sonorità impossibili ad altri strumenti, perché l’armonica a bocca è associata al mito del West,  anche in Italia ha una tradizione popolare molto diffusa, come viene studiata l’armonica in Italia, quali sono stati  i suoi Maestri di riferimento e cosa consiglia a chi si vuole avvicinare a questo strumento così fantastico.

Sono stato fulminato dall’armonica a bocca – come dalla musica – fin da bimbo, ma non fu prima dei sedici anni che decisi che quella sarebbe stata la mia strada. La colpa fu del film “The Blues Brothers” che, quando ero piccolo, mandavano in onda o la notte della vigilia di Natale o la sera del 31 Dicembre. Tentavo di rimanere sveglio per poter guardare come andava a finire, ma non ci riuscivo mai.Allora un bel giorno acquistai la videocassetta e dopo qualche tempo il videoregistratore, ma nel frattempo potevo ascoltare la colonna sonora quanto volevo e quel suono strano, quasi quello di una voce umana che si esprimeva a versi, mi catturava sempre. Una volta inserita la videocassetta nel videoregistratore, a sedici anni, ebbi la folgorazione: “se Dan Aykroyd suona l’armonica in una blues band, allora lo faro anche io!” e da lì inizio il primo passo di un viaggio infinito attraverso la musica. Il Blues e i suoi derivati, in particolare.

Questo percorso mi ha prima portato ad essere un musicista “istintivo”, uno di quelli che suona le cose che ad orecchio sembrano belle senza una vera cognizione di causa. La realtà sulla quale mi muovevo si accontentava di questo, ma cercavo di più spinto da curiosità e amore per questo strumento che sapeva regalarmi soddisfazioni ovunque: in casa, in bicicletta, ovunque potessi suonare. Figuriamoci sul palco con una band. Dovevo però andare alla fonte di ciò che mi dava tanta soddisfazione, mi spostati negli Stati Uniti dove vivevano o vissero gli armonicisti che studiavo e dei quali adoravo la musica.

Charlie Musselwhite mi prese sotto il suo braccio creando uno scambio musicale e umano che, ancora oggi, esiste e che cerco di non pubblicizzare troppo: mi interessa la sostanza e l’umanità, non la vetrina e la pubblicità. Johnny Sansone mi ha fatto spostare poi a New Orleans per un periodo dove ho capito e avuto conferma che non bastava “suonare bene”, ma bisognava avere cognizione di causa. Quello fu il passo successivo che mi ha aperto molte porte come insegnante di armonica diatonica, primo in Italia ad usare il web (skype, zoom e affini) per insegnare a chiunque, a prescindere dalla distanza fisica. Il mio scopo è quello di sopperire a tutto il vuoto informativo che, quando iniziai, era diffusissimo nel mondo dell’armonica diatonica.

Il mondo dell’armonica è uguale a quello degli altri strumenti, ma ci sono delle differenze enormi che separano questo strumento dagli altri. Prima di tutto è uno strumento facilissimo da far suonare, ma difficile da suonare. Basta appoggiarci la bocca e respirare: se una persona respira sa far suonare un’armonica e, proprio per come è pensato e costruito questo strumento, si riesce a ricavarne qualcosa. Governarlo e ricavarne musica vera è un’altra cosa e l’arte di apprendere come fare va di pari passo con la capacità dell’armonicista di “visualizzare” dove trova le note che possono essere suonate sia aspirando che soffiando e, grazie alla sua reattività rispetto al posizionamento del cavo orale, “piegando”: si cambia l’intonazione di una nota, un po’ come fanno i chitarristi quando “tirano” le corde sulla tastiera della chitarra. Grazie a questa particolare tecnica, l’armonica può suonare musica “microtonale”, nonostante abbia le dodici note (compresi diesis o bemolle) del nostro sistema musicale (detto temperato), si possono intonare anche quei suoni che la nostra musica non classifica e che invece fanno parte di tutte le musiche etniche (nel quale includiamo anche il Blues).

L’armonica è quindi uno strumento vero e proprio. Uno strumento completo che, spesso, viene associato al West, ai cowboy, al campeggio o alla musica Folk. Questo perché negli anni l’immagine dell’armonica, complice forse anche il grandissimo Sergio Leone, è stata associata a particolarissimi contesti, ma l’armonica la troviamo nelle musiche di tutto il mondo. Si pensi che è nata in Germania per suonare la musica popolare di fine ‘800, la musica classica, sullo stesso principio dello Sheng, uno strumento cinese che ha circa 3000 anni. Dalla Germania si è diffusa in tutto il mondo: negli Stati Uniti l’armonica diatonica (la versione più diffusa) è protagonista della musica Blues, l’armonica cromatica del Jazz e della Classica, l’armonica Tremolo è usata nelle musiche Asiatiche e Africane ed esistono, nel mondo, vere e proprie band di sole armoniche dove appaiono anche strumenti come l’armonica Basso e l’armonica Chord, nata per suonare ad accordi e fare accompagnamenti. In Italia l’armonica è usata nelle musiche tradizionali e popolari: si pensi ai nostri Alpini (ai quali è dedicata anche una tremolo chiamata, appunto, Bravi Alpini) e ai loro canti, si pensi alla Pizzica dove l’armonica trova un posto e nella quale possiamo trovare interessanti e meravigliosi punti in comune con il Blues Pre-War. In pratica dove c’è musica popolare, in qualsiasi forma e colore, c’è l’armonica. L’armonica la gioca da padrona per due punti: la portabilità e l’economicità intrinseche. Questo strumento è piccino, costa poco e lo si porta ovunque, non poteva che farla da padrone nel mondo musica popolare che, spesso, è iniziato da realtà povere con pochi soldi, ma molta voglia di suonare.

Per studiare questo strumento, in Italia, ci sono oggi diverse vie: la prima è quella di rivolgersi ad un insegnante vero e proprio che imposterà un percorso, in funzione dello studente, colmando lacune tecniche, teoriche e musicali diventando via via sempre meno prezioso e fondamentale. Se l’insegnante ha lavorato bene l’allievo saprà camminare sulle sue gambe. Grazie all’avvento di internet c’è molto materiale online, sia video che scritto, ma mi accorgo che spesso la sovrabbondanza odierna di questo materiale rischia di confondere e diventare controproducente: ho avuto un sacco di allievi che erano convinti di “saper fare”, ma nella realtà non superavano dei gap importanti a causa di un’impostazione sbagliata.

Nella foto Riccardo Grosso e Charlie Musselwhit

Ci sono diversissimi insegnanti e, a causa della legge dei grandi numeri, purtroppo non sono tutti davvero formati e rischiano di fare più male che bene, specialmente quando sono davanti ad una persona che vuole imparare e si affida alle mani sbagliate. Non essendoci nulla di davvero regolamentato è difficile capire se l’insegnante sta facendo bene o male, per chi non è esperto. Questo, secondo me, è un forte punto debole che fa parte del mondo dell’armonica in senso generale: non c’è una linea comune che regoli i livelli degli studenti, il percorso e gli argomenti da affrontare su ogni fase e dei riconoscimenti “ufficiali”. L’armonica è relegata sempre a poco più di un gioco e questo penalizza lo strumento in maniera importante. Peccato: è l’unico strumento, insieme alla voce umana, ad essere impossibile da simulare in modo convincente con sintetizzatori e campionatori, dovremmo usarlo come punto di forza non per adagiarci.

Per fare un esempio pratico e banale: i miei maestri sono stati i dischi nel 90% dei casi e armonicisti come Charlie Musselwhite e Johnny Sansone e ho capito direttamente da loro che se non si è preparati sia nel genere, sia sullo strumento, sei fuori dai giochi dei professionisti. L’approccio è molto serio, per questo sarebbe bene avere una linea comune per creare uno standard lavorativo e di preparazione che non sia elastico e carico di scusanti.

Se si è seri sulla musica e su questo strumento, si viene ripagati davvero. L’esempio più pratico che posso portare è quello personale: ho iniziato a suonare a causa della Blues Brothers Band e il mio sogno sarebbe stato quello di suonare con loro. È successo ed è successo perché l’armonica ha voluto ripagare venti e più anni di sacrifici, rinunce, fasi alte e basse, disperazione, frustrazione, soddisfazioni e risultati, con un piccolo regalo che mi ha spinto in avanti sulla voglia di fare ancora.

Penso quindi che l’armonica diatonica sia un ottimo strumento per chiunque abbia voglia di fare musica con un tocco diverso, più eccentrico e unico se vogliamo, rispetto agli altri strumenti più popolari. Non si deve farsi ingannare, però: né dalla facilità con cui si possono emettere i primi suoni, né dalla difficoltà nel governarla per farne ciò che vogliamo. Un po’ di amore, dedizione e costante pratica ci portano molto lontano. L’importante è non togliere il divertimento dalla musica: prima di tutti si suona per divertirsi e stare bene, se facciamo bella musica ci si diverte di più e si sta meglio. Per arrivare dove vogliamo con qualsiasi strumento l’importante è fissare un traguardo con uno standard altissimo e poi godersi il percorso, dimenticando la vetta. Si possono scoprire un sacco di nuove e più interessanti deviazioni. Deviazioni che ci permettono di scoprire chi siamo e che rapporto, inaspettato, possiamo creare con la musica.

Elios
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