Anche i Romani scommettevano. Le radici millenarie della ludopatia

Antichi Romani intenti al gioco
Antichi Romani intenti al gioco

Gli antichi romani nutrivano una grandissima passione, spesso fanatica per il gioco d’azzardo e le scommesse, dette sponsiones.

C’erano svariati tipi di giochi, alcuni sorprendentemente simili a quelli dei giorni nostri. Esemplare è il caso del gioco dei dadi, detti alea, da cui deriva il termine aleatorio. Benché i romani non ne furono gli inventori (esistono esemplari di dadi risalenti al V millennio a.C) con essi avevano un rapporto molto stretto, quasi personale: ognuno aveva i propri che portava sempre con sé pronti all’uso ed erano il passatempo più comune presso i legionari. Quasi come fossero parte integrante della vita del cittadino, venivano regalati ai bambini e poi consacrati agli dei nel passaggio all’età adulta per attirarne i favori. Nell’ambito del gioco riti propiziatori e maledizioni contro gli avversari non erano inusuali. Per foggia erano identici fin nei minimi particolari ai dadi a sei facce moderni. Potevano avere dimensioni diverse e diverso poteva essere il materiale. In legno, osso (particolarmente di suini e caprini), piombo, bronzo, argento, oro, perfino pietre dure: c’erano dadi adatti a tutte le tasche. Non mancavano neppure dadi truccati che l’ingegno dei bari aveva appesantito su una faccia per favorire certi risultati.

Esisteva anche una versione a 4 facce dei dadi, i tali ossia gli astragali di pecore, montoni o maiali. Usati anche per le consultazioni oracolari ebbero più spesso un uso ben più profano. Non diversamente da oggi il gioco consisteva fondamentalmente nell’agitare i dadi all’interno del bussolotto (il fritillus) e da lì versarli sulla tavola da gioco (l’alveus). Le celebri parole di Cesare al momento del passaggio del Rubicone alea iacta est, “il dado è tratto”, testimoniano quanto fossero prepotentemente presenti nella cultura del tempo. Naturalmente gli alea non erano l’unica occasione di gioco. Ogni passatempo, perfino il più innocente, era reso “più interessante” puntando denaro.
Esistevano dei veri e propri giochi da tavolo e le tabulae lusoriae (tabelloni da gioco) venivano incise perfino nei pavimenti e nelle gradinate dei fori e degli edifici pubblici. Uno di questi era il duodecim scripta in cui tramite il lancio dei dadi si muovevano le pedine sulle caselle del tavoliere formate dalle lettere di tre coppie di parole di sei lettere ciascuna: vinceva chi riusciva per primo a completare il percorso con i propri pezzi. Esisteva anche un gioco molto simile al domino in cui si utilizzavano tessere recanti diversi valori.

Altri giochi erano più semplici ed immediati. Il Navia aut capita come il nostro “testa o croce” consisteva nel lanciare una moneta e indovinare quale faccia avrebbe mostrato, rispettivamente una nave oppure il capo della dea Roma.
Le noci venivano usate come delle biglie e sebbene fosse solitamente attività dei bambini, durante le feste dei Saturnali erano usate anche dagli adulti. Nel par impar si nascondeva nel pugno un certo numero di oggetti minuti (ossicini, sassolini o noci) e l’avversario doveva indovinare se fossero pari o dispari. Celebre il caso dell’imperatore Augusto che distribuiva agli invitati nel suo palazzo 250 denari a testa per permettere loro di partecipare a questo gioco e spesso era disposto a restituire le vincite agli ospiti pur di continuare. Augusto sembra avesse la malattia del gioco: poteva perdere anche 200.000 sesterzi in una sola giornata. Non si vergognava minimamente di questo vizio e continuò sempre a giocare, anche pubblicamente, fino alla vecchiaia, in qualsiasi giorno dell’anno, trascurando anche i divieti.

Tabula lusoria
Tabula lusoria

Anche altri imperatori condivisero lo stesso vizio: Nerone era un assiduo scommettitore e Claudio aveva adibito il suo carro a sala da gioco, talmente perfetto che anche durante la corsa le vibrazioni non smuovevano i dadi.

Il gioco d’azzardo era insomma diffusissimo in ogni strato della popolazione e il fenomeno andò via via aumentando. Sarebbe sbagliato però pensare che i Romani non avessero alcuna remora morale al riguardo o che non avessero ben presenti i pericoli che ciò comporta. Giovenale ci informa della degenerazione di questo fenomeno asserendo che ai suoi tempi (I-II secoli d.C) ormai non ci si avvicinava alla tavola da gioco con la sola borsa dei denari ma con l’intera cassa dei propri averi e si domanda riferendosi ad un caso ben specifico se non sia pura follia perdere 100.000 sesterzi finendo talmente sul lastrico da non poter nemmeno munire di un’umile veste il proprio schiavo infreddolito (le sponsiones come vedremo avvenivano di regola in inverno durante i Saturnali).

Il gioco d’azzardo non era osteggiato solo dai ben pensanti ma era limitato anche dallo Stato. Leggi di epoca Repubblicana, mantenute poi in età Imperiale, lo vietavano: chi veniva colto in flagrante era punito con con un’ammenda pari fino al quadruplo della posta. Il divieto però non valeva durante i Saturnalia: le feste in onore di Saturno che venivano celebrate a dicembre. Non a caso la loro durata andò aumentando dai due giorni dei tempi di Giulio Cesare (I secolo a.C) ai sette del tempo di Domiziano (I d.C). Inoltre vere e proprie oasi dove si poteva tentare la sorte impunemente erano i circhi e gli anfiteatri: durante i ludi circensi e gladiatorii era permesso scommettere rispettivamente sulle corse dei carri e sui combattimenti dei gladiatori. A ció si aggiunga che la legge puniva sì gli aleatores, i giocatori d’azzardo, ma non chi li ospitava e questo determinava il proliferare di bische nei retrobottega di locande ed osterie. Unico inconveniente per il gestore del locale era che se gli aleatores, nella concitazione del gioco, avessero provocato danni a cose o persone egli non avrebbero avuto diritto ad un risarcimento.

La legge non riconosceva i debiti di gioco e il debitore poteva portare in giudizio il creditore per recuperare la somma persa. I giochi puniti però erano quelli in cui la vincita era determinata completamente dal caso, aleatori in senso proprio appunto. I giochi invece in cui era l’abilità del giocatore a determinare la vittoria venivano tollerati perché la vincita era considerata come il frutto di un giusto guadagno. Rientravano in questa categoria la morra, detta micatio, in quanto la prontezza di riflessi e la capacità di calcolo delle probabilità dei contendenti era fondamentale. I giocatori mostrando contemporaneamente da una a cinque dita della mano esclamavano il numero che secondo loro sarebbe stato quello delle dita in totale. Quest’attività non era considerata disdicevole e anzi vigeva il detto per cui era un uomo onesto colui con cui si poteva giocare a morra al buio (dignus est quicum in tenebris mices). Era lecito anche un gioco da tavola simile agli scacchi, i latrunculi, perché a differenza del già visto duodecim scripta le mosse delle pedine non erano determinate dal lancio dei dadi ma secondo l’abilità strategica del giocatore. Era un gioco tenuto in grandissimo conto e proprio come gli scacchi esistevano campioni e maestri che ne insegnavano l’arte.

Corsa di quadrighe al circo
Corsa di quadrighe al circo

Come detto però i luoghi privilegiati per l’azzardo erano il circo e l’anfiteatro dove si scommetteva sulle corse dei carri e sui combattimenti dei gladiatori, gli spettacoli più amati dai Romani. Il circo era l’edificio destinato alle corse dei carri, generalmente trainati da quattro cavalli (quadrigae). I giri di pista da compiere (curricola) erano sette e venivano conteggiati abbassando delle grandi uova di bronzo e attivando delle fontane a forma di delfino. La posizione di partenza era stabilita estraendo a sorte i nomi degli aurighi pescati, proprio come nelle odierne estrazioni del lotto, da un recipiente che veniva fatto girare su se stesso per il mescolamento: l’urna versatilis. Gli incidenti (naufragia) erano frequenti e spesso mortali. Era anche permesso urtarsi deliberatamente coi carri e colpirsi con la frusta. Le squadre (factiones) erano quattro: albata, russata, veneta e prasina, ciascuna contraddistinta da un colore, rispettivamente bianco, rosso, blu e verde. Gli atleti e i cavalli potevano passare da una squadra all’altra tramite un sistema di compravendita proprio come nel moderno calciomercato. Gli spettacoli gladiatorii invece consistevano in combattimenti spesso mortali in cui i gladiatori si affrontavano a coppie o a squadre, armati secondo le diverse tipologie. Comprendevano però anche combattimenti tra animali e tra uomini e animali (le venatio). Venivano tenuti sia nei circhi che negli anfiteatri. Appartenevano a diverse familiae gladiatoriae, ciascuna diretta da un diverso impresario, il lanista. La stessa familia però poteva fornire entrambi gli antagonisti quindi il tifo era rivolto più che a una squadra a dei campioni individuali.

Combattimento di gladiatori
Combattimento di gladiatori

I protagonisti di questi spettacoli erano seguitissimi, se ne conoscevano vicende, performances e per i cavalli perfino il pedigree: ogni informazione utile ai pronostici era ricercata con zelo. A questi spettacoli accorrevano tutti ancor prima dell’alba per riuscire a trovare posto e si dovette provvedere ad allestire dei corpi di guardia per evitare che qualcuno approfittasse dello spopolamento della città per darsi al saccheggio. Molti passavano la notte insonne a causa dell’ansia per il risultato delle gare. Il circo poteva essere il luogo della realizzazione dei propri desideri come quello della propria rovina. Si ricorreva persino a magie e sortilegi per favorire i propri campioni. Si invocavano i demoni contro gli avversari usando tavolette di piombo con iscritte le maledizioni, le defixiones e amuleti per la buona sorte erano parte integrante della bardatura dei cavalli in gara. Comportamenti fanatici e patologici riguardo alle scommesse non erano propri solo del popolino ma anche di aristocratici e degli stessi imperatori.

Caligola, tifoso dei Verdi, per favorirli fece avvelenare i cavalli e gli aurighi avversari. Era un grandissimo ammiratore del cavallo Incitatus, a cui concesse privilegi degni di un principe. I giorni prima della gara dava ordine di non disturbarne il riposo. Gli donò una stalla di marmo, una greppia d’avorio e coperte di porpora e pietre preziose. Ma l’imperatore andò ben oltre regalandogli un intero palazzo, degli schiavi e progettò addirittura di nominarlo console.
Lucio Vero, fratello di Marco Aurelio, quando era lontano da Roma si faceva minuziosamente aggiornare per lettera dei risultati delle corse. Anch’egli ebbe una maniacale ammirazione per un cavallo, Volucer: lo riceveva a palazzo ricoperto di porpora e lo nutriva di uva passa e noci. Alla morte dell’animale gli fece costruire una tomba sul colle Vaticano.

Caracalla era solito circondare il circo di soldati per punire chi insultava la propria squadra e fece condannare a morte gli aurighi della squadra avversa. Anche Vitellio, tifoso dei Blu, non tollerava insulti ai danni della propria squadra: fece giustiziare alcuni cittadini per un coro giudicato offensivo. Insomma anche gli antichi Romani scommettevano e non si trattava certo di un fenomeno marginale della loro società. La ludopatia ha radici millenarie.

Elios
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