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Intervista alla scrittrice Rosanna Bazzano

Mediterranea in ogni suo sentire, Rosanna Bazzano è nata a Floridia (SR), vive e gestisce un Caffè letterario a Napoli. Per quattro edizioni dal 2005 al 2008 viene insignita del Premio Internazionale alla cultura  per la poesia del trofeo Medusa Aurea bandito dall’Accademia Internazionale di Arte Moderna di Roma.

Nel 2009 vince il premio nazionale Il Fiore e le viene assegnato il Premio Gilda Mignonette per aver dato lustro alla cultura napoletana. In vernacolo vince nel 2006 e nel 2009 il Premio Carmine Capasso di Napoli. Per la prosa ha vinto con due racconti brevi il premio letterario La mia pagina nel 1991 e il concorso bandito dalla Associazione A.L.I. Penna d’autore, di Torino nel 2005, finalista in prestigiosi concorsi nazionali e internazionali è presente in numerose antologie. Nel 2009 pubblica, unico autoprodotto, la autobiografia poetica “L’Olivo Saraceno”.

Del 2012 è “Lune d’agosto” ,  Intra Moenia edizioni recensito spontaneamente dal Tg 3 Campania, da La Repubblica e 2 volte dalla rivista nazionale Poesia di Crocetti editore.  Sempre del 2012 è la favola poetica “Gelsomina e il pupazzo di neve”, Iemme edizioni. Ancora nel 2012 il libro di ricette filastroccate per bambini “Il Mangiarime”, Iemme edizioni, su ricette della chef stellata Rosanna Marziale.  Nel 2013 esce “Il nuovo Mangiarime”, Iemme edizioni, ancora con ricette della Marziale. Nel 2014, l’antologia “Incontrati a Caserta”, cinque poeti campani e un editore svizzero, ed. alla chiara fonte, Lugano I suoi lavori sono stati spontaneamente recensiti da moltissime testate giornalistiche tra cui spiccano: Tg3 Campania, La Repubblica, Il Mattino, Il Roma,  sito Riso Flora. Nel marzo 2020 Na terra nova, Oédipus edizioni, primo in lingua napoletana con una sezione di traduzioni di poeti stranieri in napoletano.

L’amore per la lingua napoletana è il motivo di tutto il tuo lavoro. Come nasce questa passione? Non è stato esattamente un colpo di fulmine, piuttosto è un amore maturato un po’ alla volta, per questo fondato su basi più solide.  Nasco a Floridia, Siracusa, da padre siciliano e madre napoletana quindi per i primi vent’anni sono stata strettamente italofona, mi era stato insegnato solo l’italiano, come terreno comune tra i miei genitori, ma mia madre ha sempre amato molto cantare e per lo più intonava canzoni classiche napoletane. Io da ragazzina snobbavo il genere reputandolo vetusto, con l’ingresso nel mondo del lavoro ho iniziato a praticare il dialetto, poi man mano che cresceva il mio interesse verso la poesia ho iniziato a frequentare poeti che scrivevano in dialetto e lì è scoppiato tutto l’amore che avevo misconosciuto.

L’identità di un popolo trova il suo momento più forte nella lingua. La lingua napoletana, come tutte le lingue, si rigenera nel tempo, cosa conserva e cosa la distingue da tutte le altre e la mantiene sempre se stessa? Credo che la forza della lingua napoletana sia legata a filo doppio con i napoletani, nella loro caparbia volontà di esprimersi nella loro lingua, di riconoscerla come distintiva e imprescindibile,  espressione perfetta di quel coacervo di eros e thanatos che intride l’animo vero del popolo, che quasi potremmo dire che senza l’uno non potrebbe esistere l’altro.

Il napoletano è l’unica lingua che ha mantenuto una sua forte connotazione, in napoletano si trovano i testi di Shakespeare, Seneca, Poliziano, Achmatova, Napoli ha la forza di resistere alla omologazione della globalizzazione? Napoli, credo non si sia proprio posta il problema. Non è una realtà in cerca di affermazione, semmai una forza che ingloba in sé il mondo, lo adatta, lo attrae e lo lascia a gravitare nella sua orbita.

Commentando un tuo libro, un critico ha scritto “La resistenza di una lingua abbellisce la sofferenza e la speranza, il bene e le finzioni, l’amore e la malinconia”. Cosa ha voluto dire? Antonietta Gnerre ha scritto queste parole credo per sottolineare quanto certi stati d’animo risultino più immediati se narrati attraverso una lingua “resistente”, cioè capace di narrare tutti i sentimenti di ieri e quelli di oggi senza perdere efficacia.

Il primo verso che hai tradotto in napoletano è di Anna Achmatova,“T’avive fatto ‘sta bella penzata/ ca io foss’una ca se pò scurdà”. Cosa ti è piaciuto di questa grande poetessa russa? Della Achmatova mi ha colpito la grande forza interiore. Un impianto stilistico limpido ospita una esposizione chiara e direi quasi virile, nella sua impetuosa espressività. Privo di orpelli inutili, s’impone all’attenzione per l’asciuttezza di un dettato poetico che incide, non blandisce. La sento caratterialmente affine, e questo mi ha aiutata a farmi pervadere dalle sue parole e a impadronirmi delle sue emozioni come fossero mie stesse e di conseguenza a esprimerle nella mia lingua, una sorta di possessione.

Hai scritto in italiano Il MangiaRime, un libro illustrato di ricette filastrocche per bambini. Quanto c’è di Napoli in questo libro? Napoli è la terra nella quale affondano le mie radici siciliane, tutto ciò che faccio in un certo senso viene filtrato attraverso questa terra. Ho scritto due libri di ricette filastroccate, Il Mangiarime e il Nuovo Mangiarime, dove ho messo in filastrocca le ricette della Chef stellata Rosanna Marziale, nota al pubblico per essere una paladina strenua della difesa della tradizione culinaria campana, sapientemente rielaborata, quindi Napoli c’è tutta, è lì, nel piatto.

Nel 2009 hai pubblicato l’autobiografia poetica “L’Olivo Saraceno”, in cui ti sei posta la domanda “più difficile al mondo”: Chi sei? E non hai trovato risposta, perché è “uno sforzo immane conoscersi e capirsi, perché, proprio quando credi di aver capito quasi tutto di te, ecco che la vita ti sorprende, anzi sei tu stesso a sorprendere la vita e te, come uno spauracchio saltato su da una scatola di legno”. Forse la risposta non esiste per nessuno e non esiste la stessa risposta perché cambiamo di continuo, ma qualcosa di noi resta. Cosa rimane in te che non cambia mai? Bella domanda, che mi costringe a scoprire il fianco. Innanzitutto, L’Olivo Saraceno è il mio primo libro, ed è uscito per i miei 40 anni. In “Amanda”, uscito autoprodotto in edizione limitata, firmata e numerata per i miei soli amici, come ricordo della festa, in quattordici poesie spiego chi credo di aver capito di essere: io sono Amanda. Amanda è colei che ama, la vita, la gente, le persone che le sono care, è colei che imbianca sepolcri con le sue parole, che nutre il dolore con i suoi silenzi, e mente la gioia e subisce l’amore e paga cara la felicità…

Di te stessa hai detto che ti vedi un po’ come un olivo, per la precisione un olivo saraceno visto che sei in Sicilia. Ti senti un albero che cresce in disparte in cima a una collina; le foglie un po’ pungenti, il tronco che si torce, ma generoso dalla chioma, al frutto, al legno tenace. L’olivo è anche una pianta molto forte che resiste al vento, ha radici profonde ed è legata alla terra. Questi aspetti sono parte di te? Tutti, e anche di più. Sono sempre stata una che resta in disparte a guardare, ed è dalla mia osservazione della realtà che traggo l’esperienza che mi fa convinta che anche le azioni malvagie vengono sempre da una mancanza di amore. Non un’ignava, sia chiaro, ma ho bisogno dei miei spazi e dei miei silenzi, come ozio creativo, spazio di riflessione. Inoltre, quando ho composto l’Olivo Saraceno, uscivo da una brutta depressione causata dalla scoperta di essere affetta da una malattia degenerativa che sta proprio torcendo e paralizzando, lentamente, il mio corpo. Somiglio sempre più a un olivo…

Nel 2012 hai scritto favola poetica “Gelsomina e il pupazzo di neve”, è una favola per bambini. Hai mai pensato di farne un cartone animato? Mi piacerebbe moltissimo ma non mi si è ancora presentata l’occasione.

“Il Mangiarime” è un libro di ricette filastroccate per bambini da ricette della chef stellata Rosanna Marziale. Quale ricetta consiglieresti ai nostri lettori italiani e russi? Credo che metterei tutti d’accordo se li coinvolgessi nel preparare i “Cornetti con mozzarella e pomodoro”, quelle che noi chiamiamo pizze fritte.

Con l’impasto per la pizza

posso fare tante cose

se poi c’è la mozzarella

se ne fan di deliziose.

Io e la mamma, per stasera,

ci accingiamo a preparare

i cornetti di pan pizza

caldi e buoni da mangiare

Si condisce la passata,

che al profumo già viene voglia,

con dell’olio, un po’ di sale,

di basilico una foglia.

Mamma stende ora l’ impasto

e vi fa dei cerchi dentro

dove adagio col cucchiaio

la passata giusto al centro.

Poi ci va la mozzarella,

ed io ce ne metto un mucchio,

e poiché mi piace tanto

un po’ metto e un po’ mangiucchio.

Chiuso adesso il buon ripieno,

sigillato nei cerchietti,

che ricurvi e arrotolati

ora son dei bei cornetti.

Il lavoro è già finito

non rimane che sia fritto,

quando arrivano i cornetti

mi ci tuffo a capofitto.

Con “Na terra Nova”affronti Il tema dell’identità spirituale e conduci il lettore nella scomposizione delle cose minime, nel reale di una parola che “scorre e ce trascina”nella vita quotidiana. Come nasce questo libro? L’intero lavoro è frutto di diversi periodi e stati d’animo, un po’ un’opera omnia che ho ordinato in cinque sezioni. All’inizio si trovano i testi di argomento più filosofico e spirituale, le riflessioni sull’esistenza di Dio, sulla caducità della vita e sullo scorrere del tempo. Poi vengono le poesie d’amore introdotte dal testo “Nun songo na jurnata janca e turchina” dove parlo del mio carattere, riguardo all’amore per il partner, e si dividono in due sottosezioni dove raggruppo le poesie di amore felice “na jurnata janca e turchina” appunto, e quelle di amore triste, “nu cielo nguttusiello”. Rispustera è una sezione dove ho raggruppato una serie di piccole poesie gnomiche, dall’animo un po’ cabarettistico, che ben si prestano ad essere recitate in pubblico da un’attrice che sappia bene impersonare una popolana arguta e sfacciata. Infine “Cu ’a vocia mia” racchiude le traduzioni, per lo più della Achmatova, ma non mancano poeti di altre lingue dalla irlandese Dorcey, alla francese Anais Nin, all’italianissimo per eccellenza: Leopardi, con il suo idillio, L’infinito, che ho tradotto su richiesta di un giornale recanatese in occasione del bicentenario della composizione, credo che di mia sponte non mi sarei mai azzardata ad arrivare a tanto.

Hai un caffè letterario, cosa puoi raccontarci di questo caffè così particolare? Quando a quasi cinquant’anni io e mio marito ci siamo ritrovati senza lavoro, ho pensato bene di mettere insieme le mie due passioni, la letteratura e la cucina e creare questo luogo, “Il tempo del vino e delle rose”, che trae il nome da un verso di una poesia di Omar Kayyam, e si propone di offrire un momento di bellezza per lo spirito e di bontà per il palato. Con il poeta Bruno Galluccio abbiamo dato vita ad una rassegna di grandi nomi della poesia, che ormai è abbastanza nota nel panorama letterario italiano. Io personalmente ho curato delle rassegne di narrativa e con lo scrittore Francesco Di Domenico tre edizioni di un mini festival della letteratura umoristica, da tenere strettamente l’1 e il 2 novembre, nei giorni “dei morti”, dal titolo emblematico e scaramantico: Morire dal ridere.

Come vivi questo periodo di quarantena così pesante per tutti? Credo nell’unico modo che io possa concepire: leggendo e guardando il mondo dal mio piccolissimo osservatorio, il mio appartamentino al settimo piano, in provincia, ma dal quale vedo molta parte del lato nord di Napoli, da Scampia ai Camaldoli, e tanto, tanto, tanto cielo. Ho scritto pochissimo, quasi nulla, non ero abbastanza distante dagli eventi per elaborarli, devo ancora digerirli e poi ruminarli, prima di poter dire cosa penso di questo tempo assurdo…

Quali libri consiglieresti per chi vuol conoscere Napoli? Credo che ci sia solo l’imbarazzo della scelta. Se s’intende una conoscenza letteraria non si può prescindere da classici come i capolavori della Ortese o di Marotta, ma ce ne sono tanti altri.  Se parliamo di una conoscenza più attuale e fruibile allora inviterei innanzitutto a procurarsi dei buoni vocabolari, sia per la mera comprensione delle parole sia per l’approfondimento del costume dei napoletani, e a tal fine trovo utili, arguti e dall’approccio molto contemporaneo, tutti quelli di Claudio Pennino, e non ultimo maneggevoli, che è cosa di non poco conto. Un occhio limpido sulla odierna metropoli è fornito dal giornalista Pietro Treccagnoli, nel suo La pelle di Napoli, un giro disincantato, ma amorevole, in diversi quartieri della città, che può meglio aprire squarci di reale tra le molte luci e ombre della città.

Elios
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