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Matrimonio medievale. Usanze e feste nel medioevo. Settimana della cucina italiana – 2022

Estratto dal libro Alessandro Mazi: Artista dell’anima. Giotto e il suo mondo. Da tempo immemorabile, le persone si sono incontrate per mangiare deliziosamente, ballare e, soprattutto, per chiacchierare! Vediamo come erano le feste nel medioevo!

“Mancavano ancora diverse settimane alle nozze di suo figlio con la bella Ciuta e il vecchio e grasso Bondone già si agitava molto, era tutto sudato, correva su e giù per le scale, urlando e dando ordini ai garzoni e a sua moglie. Si dava un gran daffare per la preparazione dei banchetti che nelle diverse cerimonie nuziali si sarebbero dovuti organizzare un po’ alla volta con tutti i parenti e amici. Le procedure iniziali dell’unione dei due giovani erano state affidate alla sapiente cura di un bravo notaio, un professionista del me-stiere, Matteo di Luca Giani, che da tempo aveva già messo in contatto le due famiglie ascoltando le parti e dividend equamente la dote. In un incontro ufficiale tra i genitori dei futuri sposi si era poi raggiunto l’accordo matrimonia- le suggellato da una stretta di mano: i due giovani erano stati dunque impalmati da Bondone e Lapo, che si erano intrattenuti fino a notte tarda davanti a due e più bicchieri di rosso.

Le due famiglie al gran completo si erano incontrate al cospetto del notaio, dove in forma solenne Bondone e il padre della sposa avevano dato pubblicamente il loro assenso alle nozze. Le “giure”, dunque, si erano tenute a dovuta distanza; l’inanellamento invece sarebbe avvenuto qualche tempo dopo. Matteo di Luca Giani, notaro in Fiorenza e testimone dell’assenso delle parti, aveva sancito l’evento con un atto formale che dava finalmente piena ufficialità al loro amore.

La cerimonia fu celebrata nella loro parrocchia di Santa Maria Novella. Gli sposi erano vestiti di rosso scarlatto e Ciuta aveva i lunghi capelli neri sciolti ma coperti da un lungo velo bianco che nascondeva anche lo sposo. Il prete spezzò un’unica ostia e la divise tra i due sposi, che bevvero dallo stesso calice e poi, mano nella mano, accesero un cero alla Santa Vergine. Alla fine della cerimonia, dopo essere usciti dalla chiesa accompagnati dal prete, gli sposi, insieme ai parenti, entrarono nel cimitero accanto e andarono a pregare i propri morti, o almeno quelli di Ciuta perché Giotto i suoi li aveva fuori città, al Mugello. Sulla strada di ritorno verso casa parenti e amici tirarono grano agli sposi, con l’auspicio di fertilità e di abbondanza. Ma di questo augurio non ce ne fu davvero bisogno.

Quando finalmente gli invitati arrivarono a casa, che era nel sestiere di San Pancrazio, iniziò il sontuoso banchetto. I tempi furono più lunghi del previsto. La festa cominciò tra canti, balli e ricche tavolate che durarono per ore e ore. Al calar del sole della prima sera, il prete benedì la stanza da letto dove i due giovani sposi avrebbero consumato la loro prima notte di nozze e poi ridiscese giù di corsa a far baldoria con gli altri. Il menu era ricco: quaglie arrosto, pernici e tortore, oche, cervo, pollo, lepre, cinghiale al forno, pavone, cappone, anatra, tacchino, vitello, capra, montone, trote, formaggi, zucca alla brace, noci, frutta fresca, pesce al vapore con latte di mandorla, pane aromatizzato alla birra, stufato di cavolo, crostate e crema pasticcera e vino aromatizzato.

La carne fu rigorosamente servita con ricche salse accompagnate da pane di ogni tipo e aroma. L’unica frutta coltivata erano le mele anche se dintorno a Firenze crescevano altri tipi di frutta selvatica; sui tavoli dei banchetti si potevano trovare anche fragole, lamponi e ribes, che venivano raccolti nei boschi dell’Amiata.

Per contorno non mancarono carote, spinaci, lattuga, porri, cardi, cipolle, asparagi, cavoli, scalogni, lenticchie, fagioli, fagiolini, fave e funghi. La festa venne elaborata con un ritmo di tre portate per volta e non senza l’ampio uso di spezie che includevano: chiodi di garofano, cannella, zafferano, pepe, zenzero, anice e noce moscata. I contorni erano cosparsi di basilico, prezzemolo, salvia, betonica e rosmarino.

Le insalate invece vennero condite con cipolle, scalogni, lesso di carote, ravanelli, lattuga e rape mischiate a odori, olive, aceto e olio; persino lo zucchero fu messo nell’insalata.

«Crepi l’avarizia!» sentenziò il vecchio Bondone alzando per l’ennesima volta il calice. In effetti da brindare non mancava: le bevande inclusero acqua, birra chiara, birra al doppio malto, latte e soprattutto tanto vino, quel vino rosso e sanguigno dal forte temperamento asprigno fatto arrivare in apposite botti dalle vigne del Mugello. Gli ospiti mangiarono per ore e ore finché le pietanze non furono completamente finite. La festa terminò con danze che vennero accompagnate da strumenti musicali e canti. Le dame e i cavalieri cantarono e ballarono in cerchio fino a tardi. Al calar delle tenebre i due giovani sposi lasciarono gli ospiti per raggiungere il talamo dove avrebbero consumato la loro prima notte d’amore. Giotto vide Ciuta in camicia da notte che stava recitando l’Ave Maria e cospargendo d’incenso tutta la stanza e sorrise compiaciuto.
Fu un matrimonio felice, ma soprattutto ricco di figli e serenità.”

Natalia Nikishkina – Presidente della Società Dante Alighieri di Mosca.
Ekaterina Spirova – Presidente della Società di Amicizia Italia-Russia.

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